13 giugno 2007

F.d.A. (in assenza di)

Certe cose mi mancano da morire.
Anni ’70 (fine) / ’80 (prima metà). Tipo il pane, pomodoro e olio che mia mamma mi preparava come colazione quando ero piccolo, altro che i cornflakes col latte che molti miei compagni di classe dichiaravano di consumare al mattino, perché avevano mamme moderne e consumatrici di tivvì. Oppure ho nostalgia di Mazinga e Ufo Robot. Io non ne perdevo neanche una puntata, ma non per passione, e che veramente non avevo niente altro da fare, e nessuno con cui giocare, io non avevo giochi “fighi” e neanche di prima mano, e questo mi rendeva spesso un escluso. Bastardi compagni di classe delle elementari e medie figli di papà, che peste vi colga! Per fortuna le cose sono poi migliorate, ho conosciuto amici veri, alcuni di loro ancora sono presenti nella mia vita.
Anni ’80 (seconda metà) / ’90 (prima metà). Mi mancano terribilmente le partite a pallone sul campetto di cemento, nel giardino di fronte a casa mia, specialmente quelle del sabato pomeriggio perché erano quelle più combattute, e dovevo confrontarmi con i migliori piedi del mio circondario, ed erano per lo più ragazzi più grandi, dovevo sudarmela la possibilità di giocare con loro, ma quasi sempre ce la facevo, non ricordo neanche più bene quanti pantaloni ho ridotto a brandelli su quel campetto….

Poi dovrei parlare delle persone che mi mancano, ma sarebbe argomento lungo, non so da chi iniziare e comunque non riuscirei a fare un nudo elenco, di tutti dovrei raccontare la storia, come è successo per Flavio, il mio amico dell’università di cui ho parlato ad inizio maggio, ma non oggi.
Mi manca Fabrizio de Andrè. Ecco, magari di lui lo posso dire che mi manca. Mi manca passare per le strade di Torino e non vedere mai un manifesto che indica la data del suo prossimo concerto in città. Mi manca sapere che ne pensa dei fatti del quotidiano, mi manca scorgere il suo sorriso obliquo. Chissà se gli hanno detto che il suo Genoa è tornato in serie A. Ma se Dio esiste, vedendolo, spero almeno che lo abbia baciato alla fronte, che tra libertari ci si dovrebbe capire.


Questa che segue è una intervista apparsa su la “DOMENICA DEL CORRIERE” nel 1974.

Milano.
Quando l'impresario Mario Ber­nardini, proprietario della «Bus­sola», il locale più famoso della Versilia ha detto a Fabrizio De André, cantautore: « Vanno bene sessanta mi­lioni sull'unghia per quindici sere di spettacolo? », Fabrizio - che è geno­vese e dovrebbe quindi non essere insensibile al fascino del denaro — ha alzato con la mano il ciuffo che gli nasconde perennemente l'occhio sinistro ed e rimasto un attimo fermo co­me una statua. Poi, secco, ha risposto semplicemente « no ». Ora, davanti a me, racconta questo che ormai è un aneddoto scuotendo il capo come uno scolaro testardo, dice: « Ormai do­vrebbero averla capita: suor Fabrizia non si spoglia ». Fabrizio De André, il più adorato cantore nella nostra generazione (ogni longplaying almeno centomila copie per un giro di trecen­to milioni) è in una sala d'incisione milanese: giacchetta di lana beige, la camicia azzurra spiegazzata, la barba lunga e l'immancabile whisky in ma­no. « Ne vuoi uno? » Me lo versa personalmente con una cortesia inna­ta, non formale. Di amici Fabrizio ne ha pochissimi, gli « altri » non li vuoi conoscere. « Per colpa mia: temo non mi capiscano: è così difficile, oggi. »
L'ultimo longplaying di Fabrizio « Storia di un impiegato » è ai vertici delle classifiche, ha già venduto più di 120 mila copie, sarà il successo dell'anno. In sala, ora, lui sta incidendo un altro longplaying. Ma non e una nuo­va storia che gli è nata dentro (« Quella si vedrà, non è neppure abbozza­ta ») ma un disco antologico con al­cune sue canzoni conosciute più tre pezzi di Brassens. « E' snervante, sai, questo lavoro in sala. »
Snervante soprattutto per un uomo come lui, perfezionista, introverso. Sta provando e riprovando dalle nove del mattino e, adesso, sono le nove di sera. Mi prende sottobraccio: « Vieni, an­diamo nel mio albergo, è proprio qui di fronte. Non ho fame, dopo sessan­ta sigarette, ma bisogna mandar giù qualcosa ».
Dobbiamo attraversare piazza Cavour, solo pochi passi, ma il traffico e fermo, bloccato da una manifestazione. Accelera il passo: « Guardare e vigliacco, inutile: a queste cose o si partecipa o niente. Andiamo ».
A tavola ordina una tartara che condisce da solo. Tratta la carne sgar­batamente, la rivolta in fretta: per lui è solo un boccone per nutrirsi, una medicina. Il vino rosso di marca, scel­to con cura, l'assaggia con amore.

Fabrizio: forse non ti rendi conto della dinamite che hai dentro, di quanto potresti essere più importante per i giovani. Non ti senti sulle spalle questa responsabilità? Perché non cer­chi di comunicare anche su un palco­scenico. Potresti farlo gratis, non sa­rebbe uno spogliarello commerciale.
Lascia il boccone a metà, mi guar­da fisso ma con lo sguardo incerto di chi si confronta dentro continuamente e non è mai sicuro di quello che dice. « Fossi cosciente d'essere un Bob Dylan (quello di prima, non quello di oggi) fossi cosciente di essere una vo­ce utile davvero, con qualcosa da di­re veramente, non avrei dubbi: me ne andrei in giro a cantare subito. »

Invece sei sempre pieno di dubbi.
Mi fissa come fossi matto. « Sono tutto un dubbio perenne: la "Storia di un impiegato" l'abbiamo scritta, io, Bentivoglio, Piovani, in un anno e mezzo tormentatissimo e quando è uscita volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo po­liticamente e so di aver usato un lin­guaggio troppo oscuro, difficile so di non essere riuscito a spiegarmi. »

Ma hai anche scritto versi come: « Quando in anticipo sul tuo stupore verranno a chiederti del nostro amo­re... Una sintesi chiarissima... ».
« E' il momento che preferisco ma è uno sprazzo... »

Raccontamela allora con le tue pa­role questa storia...
Chiama il cameriere, chiede della minerale (« Per prendere fiato, fare una pausa dopo tanto alcool ») e ri­prende: « Un impiegato, un colletto bianco che non appartiene a nessuna classe, non al capitalismo, non al pro­letariato, ispirato dal maggio francese cerca il riscatto con un gesto da anar­chico individualista: una bomba. Fi­nisce in prigione, figlio scartato della borghesia e qui capisce, finalmente, molte cose: capisce soprattutto che la rivolta individuale è solo un fatto este­tico, che è necessaria un'azione collet­tiva per cercare di cambiare le cose. La conclusione come vedi non è ama­ra, è positiva. E riguarda me... ».

Nel senso...
« Nel senso che io non credo più all'individualismo ma spero solo nel collettivismo... »

E ti sei iscritto a un partito di si­nistra?
Mi guarda attraverso il bicchiere che ha vuotato lentamente, sorseggian­do: « No, proprio no: per me il di­scorso collettivo abbraccia sei, sette persone al massimo... ».

Fabrizio tu sei un prodotto della borghesia, con padre ricco, bella casa a Genova, moglie di «taglio classico», figlio di undici anni. Spiegami le tue contraddizioni: il figlio lo mandi a una scuola privata, retta da religiosi...
« La famiglia, per un tormentato come me è un porto, guai non potessi approdarvi ogni tanto. L'educazione del figlio l'ho delegata a mia moglie anche se, sul problema scuola, mi so­no angosciato molto. Poi mi sono fat­to una convinzione: nella scuola pub­blica mio figlio si scontrerebbe con la società reale e con le sue contraddizioni, è vero, ma nella scuola privata, dove può studiare più tranquillamen­te, gli forniscono tutti quegli strumen­ti che gli saranno necessari per soprav­vivere in un mondo che diventerà un ordinato nazismo, dove lui dovrà po­ter combattere ad armi pari per so­pravvivere. »

Sei estremamente pessimista...
« Certamente: lottiamo con i nostri strumenti ma sono sprazzi: il maggio francese passa, i golpe restano, si moltiplicano, trionfano: l'avvenire è dei golpisti... »

Giorgio Gaber ha detto che tu usi un linguaggio da liceale che si è fer­mato a Dante, che fai dei bei temini, ma non si riesce a capire se sei libe­rale o extraparlamentare.
Fabrizio stavolta prende tempo, sor­seggia con calma il caffè, poi final­mente...
« Queste polemiche mi seccano ter­ribilmente e ho rifiutato sino ad oggi di rispondere: con tutti. Io stimo e ammiro Giorgio e mi spiace che lui, che si dichiara comunista, sia andato a raccontare queste cose al primo giornalista che ha incontrato. Poteva te­lefonarmi, farmi le sue osservazioni: ne avremmo discusso, ci saremmo con­frontati. Così, invece, ha svilito an­cora di più un mondo già tanto criti­cato. La canzone è considerata un’arte minore e i livori di Gaber non le fanno bene. Montale non ha mai polemizzato con Ungaretti. Io invece non considero la canzone un'arte mi­nore: Orfeo parlava con la lira, Pindaro con la cetra, Cecco Angiolieri aveva degli "uditori" perché s'espri­meva accompagnandosi col liuto. Non esistono arti minori ma artisti minori o maggiori. Bob Dylan o Brassens hanno significato qualcosa di più di certi crostaroli spacciati per gran pit­tori. Ecco perché non voglio rispon­dere a Giorgio, polemizzare. »
Chiacchierare gli costa sempre fa­tica, adesso poi è veramente stanco. Cerca di distrarsi parlando di calcio. E' tifosissimo del Genoa che appena può segue in trasferta.
« Le nostre passioni hanno delle origini imprevedibili, anche nel cal­cio. Durante la guerra ero sfollato in Piemonte e per me Genova era un mito, qualcosa di straordinario. Quan­do a cinque anni la vidi per la prima volta me ne innamorai subito, tremen­damente e alla prima partita della mia vita, Genoa-Sampierdarenese, sposai subito la squadra che portava il no­me della mia città. Un amore che non ho mai tradito, il più solido della mia vita fatta di contraddizioni continue. E' strana veramente la vita. E ora ti prego, vado a buttarmi sul letto: do­mattina devo tornare in sala d'inci­sione. Mi prenderò tanti tranquillan­ti... Come? E' inutile: ho già sonno così? Dici? Va bene li prenderò alle tre di notte quando mi sveglierò; co­me sempre, immancabilmente. Vammi a capire. »

08 giugno 2007

Una pernacchia seppellirà Giorgino



E alla fine è arrivato. O meglio, mentre scrivo, sta arrivando. Parlo di Giorgino Bush.
Accolto col tappeto rosso, e ci mancherebbe è lui il padrone di qui, ed omaggiato da tutti i valvassori e valvassini di stato, sta per compiere la sua visita alla città eterna, che, agghindata di tutto punto e barricata peggio che durante i bombardamenti del ’43, accoglierà deferente colui che più di tutti ha contribuito all’import- export della democrazia occidentale.
In questi due giorni di soggiorno, Giorgino Bush, passerà in rassegna tutti i suoi luogotenenti, stringerà molte mani e farà la conoscenza di politici ed amministratori, compreso Fausto Bertinotti, che si presenterà con la livrea da gran parata, la quale consiste nell’esposizione sulla sua giacca di tweed della spilletta della pace, di quella in memoria dell’11 Settembre, di quella per il riconoscimento dello stato di Palestina, di quella per solidarizzare con gli ebrei vittime della shoah, di quella del Milan (regalo di Belusconi), di quella della Sinistra Europea, di quella di Mazinga, di quella del Gay Pride, di quella con lo smile, di quella dei Rolling Stones. Conciato così sembrerà un vecchio generale della guerra del ‘15-’18, ma che non si dica che lui non è coerente.
Ma per prima cosa incontrerà il nostro presidente della Repubblica, che da buon volpone napoletano, cercherà di vendergli il Colosseo. Fatica inutile. Giorgino è sveglio, lo sa benissimo che non sarebbe un affare, lì dentro le misure non sono regolamentari per farci un campo da football americano.
Poi una visita speciale sarà dedicata alla comunità di Sant’Egidio e al Papa. Lui ci va a nozze con il mondo Cattolico, in fondo c’è da essergli grati, in questi sette anni ce ne ha mandati parecchie di persone a fare conoscenza col Padreterno. Ma lui si definisce un uomo ispirato dalla Bibbia, certo fa effetto vedere una persona così pia accompagnato da 8000 mila forze dell’ordine, e da diversi aerei ed elicotteri armati per intervenire a bassa quota…
Inoltre domani Roma attenderà qualche decina di migliaia di manifestanti, tra pacifisti e antagonisti, che in due distinte manifestazioni daranno un altro tipo di benvenuto a Giorgino, rivelandogli di essere una persona non gradita, nonostante le forze politiche (almeno quelle di sinistra intendo) e sindacali si siano piuttosto defilati da parteciparvi. Per loro ho un suggerimento, accogliete Giorgino con 10, 100, 1000 pernacchie. Non servirà a molto, ma magari tutta sta corrente gli farà venire un raffredore. E chi lo sa che da cosa non nasca cosa…..

04 giugno 2007

Cugini

Non ricordo bene quando successe. Se per effetto delle parole dei miei genitori, magari una raccomandazione, o per via di un mio ragionamento personale. O forse l’avevo sempre saputo, ma non me ne fregava nulla fino a quel giorno, un giorno in cui magari lei mi aveva fatto arrabbiare perché non voleva giocare con me o perché piangeva più del solito. Dovevo comunque avere cinque o sei anni, o giù di lì, non prima e non più tardi. La vedevo solo durante le vacanze, quando con i miei genitori, scendevamo nella Puglia assolata, stuzzicante, spigolosa e rossastra della provincia di Taranto. Andavamo dai miei nonni paterni. Per me c’erano noiose visite per salutare i parenti, interminabili viaggi per andare al mare, lunghi pranzi a base di cibi gustosi, corse dietro ai gatti nel giardino dei miei nonni, vento in faccia e giornali infilati sotto la camicia mentre con mio padre andavamo in motorino a raccogliere pigne nella vicina pineta, scherzi del genere chiudere mio nonno nello sgabuzzino degli attrezzi, e poi giocare con Maddalena. Mia cugina Maddalena. Lei era più grande di me di un anno. Ma eravamo da sempre alti uguali. Aveva capelli crespi e, cosa per me strana, pelle molto bianca, nonostante vivesse in un clima mediterraneo. Giocavamo con la sabbia se eravamo al mare, con le macchinine se eravamo a casa dei miei nonni, stavamo molto insieme. Si tratteneva molto a casa dei nostri nonni, lei, e i miei zii, abitavano in un vicolo non lontano da casa dei miei nonni, vicino al centro del paese, che non era il centro storico, quello era a metà strada tra le due case, ed era un avvallamento formato da case bianche, costruite disordinatamente nel tufo, una sull’altra senza una logica che potesse dare una qualsiasi spiegazione razionale, povere grotte con porte e finestre di legno. Casa dei miei nonni invece era più moderna, con un grande corridoio che sfociava nella sala da pranzo ed in due più piccole ambienti che erano una cucina ed un bagno, a lato del corridoio le stanze da letto, grandi ed arredate con mobili lucidi e robusti. Casa dei miei zii, era piccola, sembrava un unico corridoio stretto, dove erano ricavati gli ambienti angusti e quasi per nulla illuminati. Maddalena era silenziosa per la maggior parte della giornata, interrompeva il suo mutismo, solo per improvvisi pianti, ricco di strepiti e gesti convulsi, spesso si buttava per terra e si mordeva le labbra con infuriata foga. Ecco. Probabilmente in una di queste occasioni che capii, o mi fecero capire che Maddalena era, come dicevano i miei parenti, malata di mente. “Malata che può guarire?”, chiedevo io. “Certo che guarirà”, diceva mia nonna, “guarirà e poi si sposerà!”. Beh, non c’era da preoccuparsi allora, pensavo io. Allora perché mia madre e mio padre guardavano così sconsolati loro nipote?
Passarono gli anni. Crescendo capii, che Maddalena non sarebbe mai guarita, che non si sarebbe mai sposata, ed anche che non avrebbe mai imparato a leggere, scrivere, contare, che non mi avrebbe mai aiutato nei compiti, che non avrebbe mai imparato a parlare senza biascicare le parole.
Per tutti sarebbe rimasta una bambina, goffa e timida, gentile ed imbarazzata, ed imbarazzante, per il resto della vita. Chiusa nella sua famiglia premurosa e impreparata nello stesso tempo ad accogliere una persona schiettamente diversa.
Per me, è solo mia cugina. La mia cugina diventata donna, a suo modo. Ed anch’io sono diventato uomo a mio modo. Ed allora che differenza fa?

30 maggio 2007

La spallata

Elezioni amministrative.
Il centrosinistra si incupisce, ma non troppo, in fondo la spallata non c’è stata, e può continuare tranquillamente a governare con la stessa stabilità di un anno a questa parte, cioè come quella di un elefante sospeso su un filo interdentale tra le cime delle alpi.
Il centrodestra ride, ma non troppo, in fondo la spallata non c’è stata, e Berlusconi può continuare a farne il leader, sempre che riesca a sfuggire al prossimo ictus o al prossimo festino organizzato dalle sue “collaboratrici”; intanto dovrebbe insospettirsi dai sorrisi serafici di Casini e Fini dopo che questi hanno appena colloquiato col suo cardiologo di fiducia.
A chi affidarci in questo periodo di crisi della politica? Forse alla severissima Chiesa Cattolica che in questo periodo sta facendo la sua annuale incetta di 8X1000, sia tra i consapevoli e gl’inconsapevoli contribuenti, che, sposati o divorziati, etero o omo, fidanzati o conviventi, casti o lussuriosi, non importa, per aiutare dove serve basta fare almeno il 730, poi per le fiamme dell’inferno c’è tutto il tempo….
Intanto impazza la mania dei kit. La Moratti, a Milano, ha proposto quello per individuare se tuo figlio fa uso di droga. Leggi attentamente le istruzioni, poi somministralo a tuo figlio, ed infine, se positivo, portalo a San Patrignano, premunendoti di riempirlo di botte, così si abitua…. La Turco non vuole essere da meno, così manda i NAS nelle scuole a indagare su cartelle, merendine, diari, gessetti, banchi alla ricerca di stupefacenti. Coro di elogi dalla destra, qualche perplessità dal ministro all’istruzione Gentiloni, teme che a risultare sofisticata sia la sua gestione dell’istruzione.
Per chiudere, Fassino scarica i “Dico”, aderisce al gay pride, ma non ne condivide la piattaforma, riconosce la sconfitta del Pd alle elezioni, ma dichiara che la sua crescita è sempre al centro dei suoi pensieri e finora il lavoro svolto è incoraggiante… ma chiamargli un’ambulanza, no?

25 maggio 2007

Organi
Epilogo: Di fronte alla chiesa…

- Ma pensa, tre giorni fa dovevamo essere qui per il suo matrimonio…
- Pensa ad altro!
- Ma come? Lo stanno ripetendo tutti…
- Appunto…
- Quand’è che l’hai visto l’ultima volta?
- Due sabati fa, abbiamo giocato a tennis.
- Come stava?
- Come sempre.
- Io invece non lo vedevo da quasi tre mesi, sai il lavoro…
- Uhmmm…
- A me, me lo ha detto il Paolo Mozio quello che è successo, non ci credevo, pensavo ad uno scherzo. Te chi ti ha avvertito?
- Mi ha telefonato suo padre, stavo in ufficio, piangeva al telefono e io dovevo stare in silenzio, anche perché i miei capi non vogliono che parli troppo al telefonino…
- Che aguzzini!
- L’hai detto!
- Sabrina è sconvolta, non trovi?
- Certo, certo…
- E adesso che farà?
- Tornerà a Pistoia, Oscar aveva un’assicurazione sulla vita, lei era la beneficiaria, per me si aprirà un negozio, è fissata con la moda.
- Già, non doveva aprirne uno qui a Novara?
- Al rientro dal viaggio di nozze, avrebbero dovuto rilevarne uno in via Mazzini, ma solo se il proprietario non avesse tirato su con il prezzo. Sai pieno centro..
- E perché non lo rileva adesso con l’eredità?
- Novara non le piace un gran ché…
- Era qui per amore..
- Chiamalo così
- Ma, senti..
- Sì?
- E quella di Torino?
- Mah, non so!
- Non si vedevano più?
- Ma da almeno qualche mese…
- Certo che però ha rischiato di farsi beccare un bel po’ di volte, eh?
- Ma figurati, sapeva dire certe balle!!!
- Ma tu l’hai mai vista?
- No, ma Oscar diceva che aveva un gran bel culo.
- Cosa faceva l’arredatrice?
- No, la restauratrice.
- Sarà venuta qui?
- E a fare cosa?
- Non so, un ultimo saluto?
- Ma figurati? Se lo ha saputo starà sicuramente a farsi di qualche psicofarmaco, lo sai che era bulimica?
- Bel tipino!
- A lui piacevano un po’ particolari…
- Ma a me Sabrina pare a posto..
- Seeee… dovevi vederla a Capodanno… ha bevuto un macello e non ti dico quanto poco è mancato che … insomma hai capito?
- No a dire la verità..
- Insomma mi si avvicinava, sentivo la sua bocca vicino alle mie orecchie, era andata, andata! Poi mi ha messo anche una mano sui pantaloni, vicino al pacco, era andata, andata, ti dico!
- Ma dai!!! E l’Oscar?
- Gli ha tirato un cazziatone da paura…
- E tu?
- Ah io mi son fatto i cazzi miei, mica ci tenevo a rovinarmi la festa per così poco.
- Pensa tu!
- Che vuoi farci , quando si beve e non si è capaci….
- E già. Hai saputo che hanno donato gli organi?
- Sì, ma io non lo farei mai. Se ne sentono troppe in giro. Se sei lì lì che magari ce la puoi anche fare… spengono tutto e ti tirano via occhi, fegato, cuore e li danno ad un altro. Così sei fottuto e magari pensano sei un eroe.. no, no.. io mi tengo tutto, cazzo mi frega…
- Vabbè! Vado a fare un saluto al Mozio. Ci vediamo su in chiesa, Ciao.
- Ciao.

22 maggio 2007

Organi
Capitolo quarto: dove la prudenza non è mai troppa, e uno sbaglio finisce per far smarrire il filo dorato

Oscar Santi è nervoso, guida in grugnito, si tiene tutto sulla sinistra, in corsia di sorpasso, la sua ex-amante non si è dimostrata ragionevole, dalla rabbia ha sbattuto via l’auricolare senza fili del cellulare, e il navigatore, di serie, sulla sua Alfa fa le bizze e dichiara che lui si trova in questo momento a Pigalle a Parigi, ed è stanco, con una gran voglia di andare a casa a dormire. Un gusto di acido in bocca. Un formicolio agli alluci dei piedi. Già quasi da un chilometro la segnaletica indica l’approssimarsi dell’uscita per l’imbocco per l’autostrada per Milano, proprio quella che deve prendere lui. Ma non se n’è accorto. In un attimo pone lo sguardo alla sua destra e si rende conto che deve cambiare direzione. Sembra ormai tardi ma sterza egualmente, in modo brusco senza accertarsi della presenza d’altri veicoli, infila l’uscita per un soffio, ma la macchina, per l’alta velocità, s’imbarca nella curva a gomito che deve affrontare. Parte il posteriore e va in testa coda. Colpisce più volte sia il guard-rail a destra che quello a sinistra. Si ferma in prossimità dello sbocco della curva.
Silenzio.
Passano brevi secondi, Oscar Santi ha il volto tra le mani ed è avvolto dall’ airbag che è prontamente esploso durante la collisione con il guard-rail. Non riesce a muovere un muscolo, quasi non respira, sente freddo nello stomaco e nelle vene. Poi riesce a scuotersi da quella specie di torpore, cerca di rilassarsi all’indietro, ma l’airbag diventa una scomoda presenza tra lui e l’ossigeno, che cerca di assorbire per riattivare i suoi polmoni, che sembrano come di cemento, per come li trova pesanti e immobili.
Prova ad aprire la portiera, che fa resistenza, l’urto deve aver danneggiato le giunture del portello che adesso è un po’ bloccato; con molta fatica riesce a dare una spallata decisiva per dischiuderla, con movimenti insicuri esce dall’abitacolo e si mette in piedi sull’asfalto accanto alla vettura.
La testa, la terra, il cielo, le stelle, lo stomaco, tutto gli gira. Prova a fare qualche passo in avanti, quasi struscia i piedi.
Un rombo di motore si avvicina nell’aria.
Oscar Santi ha i capelli fradici di sudore, un gran male alla spalla sinistra, sente come delle scariche elettriche attraversare rapide il suo cervello. È in pieno choc.
Il rombo di motore sembra quasi prossimo.
Non c’è una gran luminaria in questa curva. Oscar Santi non sa se sta sognando o se quello che è successo è reale, comincia a sentire anche una forte nausea, ed è strano perché ha mangiato solo un panino e bevuto una birra in bottiglia in un bar di un cliente. Ah! Poi ha anche mandato giù una compressa di analgesico nel pomeriggio per quel fastidio al tendine del polso destro, quello che ha cominciato a fargli male sabato pomeriggio dopo la partita di tennis con il suo amico Maurizio.
Il rombo di motore ha imboccato la curva.
Oscar Santi si tocca l’orecchio sinistro con la mano, sente come un ronzio, quando la ritrae la sente umida. È perplesso.
Il rombo di motore compare.
Una luce abbagliante illumina Oscar Santi.
Frenata.
Impatto.
Tonfo.
Silenzio.


- Come donare gli organi? Ma che dice?! Ma mio figlio…..
- Signor Santi glielo abbiamo spiegato adesso.. per suo figlio è stata appena accertata la morte celebrale; saremmo costretti a interrompere il funzionamento del respiratore al più presto, ma al momento siamo ancora in tempo per l’espianto. Suo figlio potrà far viver...
- Ma mio figlio si deve sposare domani...!!

20 maggio 2007

Ancora Serie A





Lo so, lo so... ci sono pochi appasionati di calcio tra di voi...

Ma oggi ci siamo guadagnati la permanenza in serie A, e questo va festeggiato alla grande!!!!




Assaporo già clima di derby con gobbi bianconeri... ma mi auguro che il presidente riesca a tirare sù una squadra dignitosa, che ci dia più soddisfazioni di quella di quest'anno... puntando sin da ora sulle conferme di giocatori di gran cuore e attaccamento alla maglia come Rosina, Ardito, Brevi, Stellone...




A presto con la quarta parte di "Organi".

18 maggio 2007

Organi
Capitolo terzo: dove una telefonata non sempre è un idillio amoroso.

- Dai adesso smettila, ti chiudo il telefono in faccia, lo faccio sai?
- (off) Si, dai bravo…
- Pensi che non ne sia capace, mi metti alla prova?
- (off) Che cazzo, io ti voglio parlare… mi consideri meno di niente! Almeno altre spiegazioni..
- Che altre spiegazioni?! Fra tre giorni mi sposo… che c’è da dire ancora… è finita, ti ripeto.
- (off) Aaah! Ma fino ad un paio di mesi fa mi sbattevi ancora!!
- Non è vero…
- (off) Si sii, quando sei venuto a trovarmi di pomeriggio per il mio compleanno.
- Ti ho solo baciato e …
- (off) Mi hai toccato, mi hai spogliato, mi hai masturbato, e io ti ho fatto un pompino…
- Ma non abbiamo scopato… noi non abbiamo scopato quella volta, eh!! E pensavo che tu capissi che non mi avresti più sentito, siamo persone adulte, no?! Cazzo volevo essere carino per la tua festa…
- (off) Aaah! Che bel pensiero, che brav’uomo.. spargi sperma per gentilezza tu!
- Spargo quello che mi pare, a chi mi pare, quando mi pare, e comunque non pensare che fosse stata una prestazione da ricordare…
- (off) Cosa ti fa quell’altra che io non ti posso fare meglio.
- Non capisci, non capisci un cazzo, non siamo fatti uno per l’altra.
- (off) Ti piaceva sbatterti due tipe contemporaneamente, no?! A me in settimana e a lei nei week-end, no? E poi nessuna delle due era nella tua città, hai delle amichette anche lì a Novara... eh? Puttaniere!!
- Se lo dici tu che sono un puttaniere…
- (off) Ma fottiti!!
- Adesso basta sono in macchina e mi disturbi a guidare.
- (off) Se quella troia fosse rimasta a casa sua… invece ti ha babbato, ha fiutato quanto sei granoso e si è sistemata.
- Ha parlato la santa…
- (off) Io sono libera, ma era chiaro che ci tengo a te. Poi non ti ho chiesto mai molto, una compagnia, due parole. Quante volte hai dormito da me…. Poi è arrivata quella cagna e…
- Ehi bada a come parli… mi stai stufando, sai? E poi se uno non ti chiama per mesi che pretendevi? Io ho la mia vita e tu la tua. Che ti devo?
- (off) Eri a Torino oggi e non hai avuto le palle di venirmelo a dire in faccia che ti sposi, coniglio di merda!!
- Ma ucciditi!!
Click!!
Conversazione finita.

Ore 22.58, un’Alfa Romeo viaggia ad una velocità di 165 km/h sulla tangenziale Nord di Torino, direzione autostrada per Milano, destinazione Novara.

15 maggio 2007

Organi
Capitolo secondo: in cui una storia d’amore può essere presentata in un preludio a ritmo techno ed evoluta in sette illuminanti scambi di opinioni.

Oscar e Sabrina si erano conosciuti in una discoteca di Milano, non lontano dal centro cittadino, in un sabato sera di quattro anni prima; si erano dapprima adocchiati in pista, accompagnati da un ritmo forsennato di musica acida e tecnologica, che un seminascosto D.J. stava stabilendo dalla sua consolle, ricavata in una nicchia tra le luci stroboscopiche e le casse a troppi Watt.
Se c’era una bella ragazza che gli puntava addosso lo sguardo, Oscar Santi sapeva benissimo cosa fare, così avvicinatola al bar passò all’azione:
- Ecco… adesso una bella birra è la cosa migliore contro sta calura da carnaio.
Sabrina sorrise.
- Eh… in effetti non si respira affatto! – e dicendo ciò, Sabrina, scoprì un forte accento toscano.
- Vieni spesso qui? – le chiese lui.
- Quando posso permettermelo.
- Ma vivi a Milano?
- No, io sono di Pistoia, son venuta a trovare un’amica che mi ospita, un mesetto, tanto per staccare dalle solite compagnie.
- Aaah! Conosco Pistoia…... ci son stato per lavoro un paio d’anni fa.
- ‘O che lavoro fai?
- Lavoro per la Bellini antifurti, conosci….?
- Uhmmm… nooo! Io faccio la commessa in un negozio Prada nel centro di Pistoia e sto terminando gli studi in Economia e Commercio.
- Interessante!
- Beh, io comunque mi chiamo Sabrina.
- Piacere… Oscar.

Le chiacchiere continuarono tra il serio e il faceto. Così, finita la rispettiva indagine anagrafica e demoscopica su gusti e abitudini, si passò allo scambio di numero di telefono.
- Ma dai… abbiamo lo stesso gestore di telefonia? Ma allora possiamo fare l’opzione tariffaria agevolata come numeri preferiti, ci parliamo di più e paghiamo di meno. – scherzava Oscar
- Eh ma quanto corri… e poi parli come una pubblicità. Ma quanta televisione guardi? – rispondeva Sabrina, con una punta di sarcasmo.

Un ragionevole idillio alla cornetta con proposta.
- Ho una casetta a Rosazza, sopra Biella, la chiamo la “tana del lupo”. Dai ci facciamo un fine settimana coi fiocchi, ti vengo a prendere in auto a Milano.
- Uhmm… nella tana del lupo, così, da subito? Beh fammi pensare… vabbene pensato! Cappuccetto rosso accetta! Ma per favore non travestirti da nonna!

Un fine settimana nella casetta di montagna di Oscar, o meglio della sua famiglia, sulle Alpi, il primo bacio, una notte di movimentata passione.
- Oscar dimmi che non è una toccata e fuga! Dimmi che non ti volatilizzerai nel nulla.
- Se mi prometti di mantenere sempre queste labbra così morbide, penso proprio che mi avrai tra i piedi per “mooolto” tempo!!!

E poi altri appuntamenti infilati tra un week-end e l’altro.
- Senti, Sabri, questo fine settimana sono a Genova per lavoro, ma il prossimo ti va di venire al mare? C’è un mio amico che ha una casa alle “Cinque terre”, fa una festa, ci sarà un sacco di gente.
- Ok, amoruccio! Conto già le ore che ci separano! Ma fatti sentire di più, se no che l’abbiamo fatta a fare la tariffa telefonica per innamorati?

Un’estate in Corsica con gli amici di Oscar.
- Scusa… so che ne abbiamo già parlato, ma… mi pare che la fidanzata del tuo amico Maurizio… potrebbe anche darsi da fare un po’ di più a dare una mano nelle faccende domestiche, non sono la cameriera della compagnia. Stamattina le tazze del caffè le ho pulite di nuovo io per il terzo giorno consecutivo!
- Ma dai! Siamo in vacanza, stai più tranquilla! Goditi sto panorama selvaggio! Vabbè comunque ci parlo io dopo e ci chiariamo. Toh guarda lì.. è un maiale quello vicino alla strada, no?

L’anno dopo a New York.
- Fortuna che mio padre mi ha mandato quei sei mesi a Londra, per premio della maturità, se no col cavolo che ci capivo qualcosa in questa città. Ma guarda che casino! Se avevo il mio motorino e non questo catorcio affittato dalla Hertz eravamo già al Queen’s.
- Oscar sai mica come si dice in Inglese: Bischero levati dalle palle col quel taxi di merda!

Una crociera sul Mar Rosso per l’anniversario di fidanzamento.
- Come sarebbe a dire che hai dimenticato la macchina fotografica a casa? E adesso come la faccio morire d’invidia mia sorella quando torno a casa? Ma hai visto che cabina che abbiamo? È una suite! Dico, una suite!! Sembra l’appartamento di un architetto del centro città. Se la vede lei mi rimane secca!
- Per fortuna sono figlio unico, che se l’amore tra fratelli è questo preferisco non avere parenti!!!

Poi dopo tre anni così Sabrina lascia Pistoia, il suo lavoro e gli studi (non era poi così vero che era alla fine, anzi…) e va a Novara dove vive Oscar, iniziano a convivere ma già convinti a sposarsi entro poco. Tutto regolare.
Fino ad una sera sulla tangenziale Nord di Torino.

10 maggio 2007

Organi

Capitolo primo: in cui conosciamo il nostro protagonista e ci accorgiamo che di tipi come lui ne son piene le città.

Oscar Santi era seduto su una seggiola del bar di piazza della Repubblica, si godeva lo spettacolo che aveva preparato da parecchio tempo. Alcuni sui amici si stavano raccogliendo attorno alla macchina che aveva comprato quella mattina stessa. Lo avevano visto arrivare di fronte al bar pochi minuti prima, a bordo di un bolide sorprendente, non mancando di esibire una frenata rumorosa e un colpetto di clacson tanto per far capire, a chi ancora non si era girato a guardare, che lui era arrivato. La macchina era un nuovo prototipo sportivo dell’Alfa Romeo, di quelle da usare su percorsi rettilinei e veloci, anche se poi le noti sacrificate al traffico in città, lo status symbol da esibire nel nuovo anno.
Vedeva i suoi amici accarezzare la carrozzeria, aprire il cofano ed esaminare il motore lindo e sontuoso, il Paolo Mozio poi si trastullava ad affondare nel sedile del passeggero, tirare giù lo schienale e voltarsi ammiccante nei confronti del padrone del mezzo, mentre Maurizio Lombardo gli batteva sulla spalla e gli chiedeva:
- Chissà come andrai forte adesso?!
- Per adesso non la faccio correre, - disse Oscar con una vena di compiacimento - magari un po’ più in autostrada, devo anche imparare ad usare il navigatore, fino ad adesso m’indica fisso che sto nel garage. Ehi ma hai visto che posteriore grosso?! Anche se guardo negli specchietti, faccio fatica a parcheggiare.
E mentre diceva così, Oscar già pregustava la ripetizione della medesima scena, che da lì a una mezz’oretta, a casa sua, avrebbero compiuto suo padre e Sabrina, la sua fidanzata. E intanto rivolto a una cameriera del bar faceva segno di voler pagare un giro di birra per tutti i suoi amici, quando Paolo Mozio, ora giuntogli accanto, gli tirò giù il braccio e gli disse forte all’orecchio:
- Ma come birra? Ma uno come te deve puntare a qualcosa di più raffinato adesso.
- Hai ragione. – rispose Oscar – e allora facciamo vino… vino bianco per tutti. Che dici di un Arneis?
Paolo Mozio sorrideva riconoscente. Poi col calice in mano entrambi brindarono, e Paolo disse:
- Alla tua macchina e al tuo successo!
- Al mio successo, alla mia macchina e …. al mio matrimonio!
- Ah già… ancora sei mesi, no?
- Cinque mesi e una settimana.
- Ti senti pronto?
- Siii… devo solo mettere a posto una formalità… quella formalità di Torino, sai?
- Ancora te la tiri avanti? Maddai..
- Un paio di settimane e la faccio finita, devo avere tempo per organizzare il matrimonio.
Paolo e Oscar si sorrisero, proprio da buoni amici.

Oscar Santi viveva del superfluo, ma era qualcuno nel campo dei rappresentanti. Era partito come piazzista, in una piccola ditta di componenti di ghisa per tubature del teleriscaldamento, poi per tappe e passaggi era arrivato ad essere il responsabile vendite nel Nord-Ovest di una nota ditta di antifurti. A dargli una mano aveva contribuito anche suo padre, Giandomenico Santi, assicuratore, che sperava in un figlio avvocato, ma che dopo la morte della moglie avrebbe comunque fatto di tutto per garantire a quel suo unico figlio, poco pratico dello studio, un futuro radioso, a suon di assicurazioni “agevolate” a chi di dovere, che so, un imprenditore cliente del figlio, ma anche per i superiori di Oscar non mancavano trattamenti “vantaggiosi”. Insomma un favore tirava sempre un altro. E ci s’intende sempre benissimo tra galantuomini.
E poi c’era quella bella fidanzata, incantevole come una modella svedese, alta e bionda, sopraciglia fini e dorate, le labbra appena carnose, occhi castani in cui sprizzavano evidenti lentiggini verdi, curata nell’aspetto, sembrava dotata di un qualche segreto per sembrare sempre un’eterna ventiduenne, sembrava disegnata col carboncino, ma da mano delicata, una più che autentica fidanzata-trofeo, destinata a salire comunque al rango di moglie-trofeo.La vita è una scala da ascendere, c’è chi trova accanto agli scalini un filo dorato da raggomitolare fino al successo, e c’è chi le trova spalmati di merda fino a ritrovarsi impantanati e immobilizzati alle pendici della scala sociale. Oscar stava con i primi e non voleva cambiare scala, non fino a che non avrebbe finito di raggomitolare quel filo, si sentiva ancora le mani molto libere. Per questo il matrimonio non era per lui una fonte di ansia, era l’ennesimo gradino da montare, da affrontare con il solito stile, quello vincente.

08 maggio 2007

In questi giorni sto scrivendo un racconto, che presto pubblicherò su memorie casuali, così stasera vi do in pasto questa sorta di autointervista che mesi fa avevo trovato su un altro blog. Non vado molto pazzo per queste cose; ma va così, mi permetto di spogliarmi, è forse un esercizio di vanità…. Lo dice sempre mia moglie che sono vanitoso, perchè mi piace guardarmi allo specchio. E che certe volte mi sorprendo di vedere la mia faccia, il mio corpo, di solito rimescolo molto più la mia intimità… e pure quella degli altri. Con gli inevitabili conflitti che ciò genera. Tanto che alla fine mi ci vuole una birra e mi ritrovo all'incirca così:




QUALCOSA DI ME
1. NOME : Mauro
2. SOPRANNOME: Maurone
3. ANNI CHE TI DANNO : 30
4. ANNI CHE TI SENTI : a volte 20, a volte 40, a volte 7
5. COSA VORRESTI DIVENTARE UN GIORNO? Padre
6. REALISTICAMENTE, QUANTE POSSIBILITà HAI DI DIVENTARLO? Spero quante bastano
7. SARESTI DISPOSTO A VENIR MENO AI TUOI PRINCIPI PER OTTENERE UN BUON POSTO DI LAVORO? Per i miei principi faccio il lavoro che faccio
8. CHE UMORE HAI DI SOLITO? Allegro (variabile)
9. QUANTI AMICI VERI HAI? 2 sicuri, un’altra quindicina di ottimi.
10. QUALE ANIMALE VORRESTI ESSERE E PERCHè? Non mi è mai riuscito di rispondere a questa domanda…..
11. I TUOI 3 PREGI : Simpatia, disponibilità e passione
12. I TUOI 3 DIFETTI : Ingenuità, imprevidenza, testardaggine
13. COSA APPREZZI DEL TUO CORPO : la bocca
14. COSA ODI DEL TUO CORPO: la pancetta!!!!!
15. 3 AGGETTIVI PER DESCRIVERE LA TUA VITA : una vita la si vive, non si descrive con tre parole
16. LIBRO PREFERITO : Taaaanti, ne scelgo uno a caso facendo la conta nella libreria: “MARINAI PERDUTI” di Jean-Claude Izzo
17. LIBRO SUL COMODINO : “Va a finire che nevica” di Marco Cassardo.
18. LIBRO MAI FINITO DI LEGGERE : “Berlin Alexanderplatz” di Alfred Doblin


OPINIONI SULLA VITA
19. QUANTO CONTANO I SOLDI NELLA VITA? Ahimè taaanto
20. QUANTO CONTA IL SESSO IN UN RAPPORTO? Tanto
21. L'AMORE è ETERNO O SE FOSSIMO IMMORTALI AVREMMO ALTRE STORIE? Dipende, da immortale c’è chi avrebbe una storia diversa ogni sera e chi vivrebbe la sua storia per l’eternità
22. LA COSA CHE CONTA DI PIù NELLA TUA VITA? L’amore, la famiglia, l’amicizia e le mie idee
23. LA COSA CHE CONTA DI MENO NELLA TUA VITA? La moda
24. UNA COSA CHE AVRESTI VOLUTO FARE NELLA TUA VITA TORNANDO INDIETRO: non rompere un’amicizia
25. UNA COSA CHE NON FARESTI NELLA TUA VITA TORNANDO INDIETRO: Passeggiare di sera in un corso vicino a casa il 5 giugno 2004 verso le 23.00
26. I POLITICI SONO TUTTI CORROTTI? No, ma moltissimi sono clientelari
27. CREDI CHE CI SIA VITA NELL'UNIVERSO? Può darsi, ma non è un mio interesse
28. L'UOMO E' STATO DAVVERO SULLA LUNA? Uhmmmm, più che altro mi chiedo a cosa sia servito.
29. L'EXTRATERRESTRE PER L'UOMO E' : E.T O ALIEN ? Et
30. L'UOMO PER L'EXTRATERRESTRE E' : E.T O ALIEN ? ET
31. IL GIUSTIZIATO PER TE E' : COLPEVOLE O INNOCENTE? Inutilmente ucciso
32. L'EROE PER TE E' : ROBIN HOOD O BASETTONI? Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi
33. IL GIOCO PER TE RAPPRESENTA : COMPETIZIONE O DIVERTIMENTO? Ahimè a volte sono soprafatto dal senso di competizione, soprattutto quando penso di essere più forte, ma so anche accettare la sconfitta (alla lunga…)
34. QUATTRO PARETI PER TE RAPPRESENTANO : LA TUA CAMERA O UNA CELLA? Una cella


BOTTA E RISPOSTA
35. ESSERE O AVERE? Avere la possibilità di essere

36. PENSARE O AGIRE? Agire dopo aver pensato

37. PARLARE O ASCOLTARE? Parlare dopo aver ascoltato

38.PRENDERE O DARE? Entrambe

39. LEGGERE O SCRIVERE? Entrambe

40. SOGNO O REALTA'? realizzare i sogni

41. VISTA O TATTO? Toccare ciò che la vista ti fa desiderare

42. GIAPPONE O AMERICA? Puglia

43. NUOVA DEHLI O NEW YORK? Palermo

44. PUB O DISCOTECA? Meglio il pub, o comunque dove si possa stare da solo o con gli amici ed ascoltare un po’ di musica rock o blues o Jazz accompagnandosi con una birra……..

45. FASCISTA O COMUNISTA? Libertario d’ispirazione gramsciana

PRO/CONTRO
46. DIRITTO DI VOTO POLITICO AGLI IMMIGRATI DOPO 5 ANNI: PRO

47. LEGALIZZARE LE DROGHE LEGGERE: PRO, ma io lo già realizzata nel mio piccolo

48. ESPELLERE BERLUSONI CON FORMUNLA IMMEDIATA: No, così all’estero ci riproverebbero anche questo, dopo aver esportato la Mafia, pure Silvio…..

49. RIAPRIRE LE CASE CHIUSE: semmai dare le case sfitte ai senzafissadimora

50. FECONDAZIONE ASSISTITA: Favorevolissimo; a patto che nessuno mi chieda in cambio di assistere quando sono io che fecondo

51. COPPIE DI FATTO: Che c’è di più naturale (ricordare Gesù e la Maddalena)

52.PENA DI MORTE: Omicidio di stato, una barbarie


IL GIOCO DELLA TORRE
(TRA LE DUE SCELTE TI RITROVI IN EXTREMISA BUTTAR GIù DALLA TORRE UNADELLE DUE.QUALE?)
53. FINI O BERLUSCONI? È come scegliere tra la mamma e il papà….. impossibile!

54. NANNI MORETTi O D'ALEMA? D’alema

55. DARIO Fò O MARCO TRAVAGLIO? Franca Rame, non la sopporto…..

56. BAGGIO O DEL PIERO? Del Piero e il suo uccellino….

57. GHANDI O MARIATERESA DI CALCUTTA? Mariateresa

58. BELLUCCI O FERILLI? Ferilli

59. BONOLIS O FIORELLO? Bonolis

60. GRANDE FRATELLO O ISOLA DEI FAMOSI? Spengo la tv e accendo la radio

04 maggio 2007

Rosso come il sangue forte come il Barbera

Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse; forse il destino voleva arrestarla nel culmine della sua bellezza. ("Carlin”)

Oggi piove. La città è grigia. Questa Torino post-industriale che fa spallucce alla crisi, meticcia che non vuol essere cosmopolita, egoista che vuole vivere di passioni, corre distratta verso un fine settimana senza patemi.
La guardo dalle finestre di casa mia. Un po’ annoiato, un po’ infastidito da un dolore al polso che mi si è verificato a lavoro improvvisamente, forse a causa di un movimento errato durante una mobilizzazione.
Piove come 58 anni fa.
Come quel giorno la gente starà sacramentando perché è maggio e magari vorrebbe andare in giro con una giacchetta, un pantalone o una gonna più leggera, magari quella comprata nel negozio in centro un paio di finesettimana prima, ed invece il brutto tempo ti lascia basito e devi tirare fuori le mantelle, che credevi di lasciare tranquillamente nel comò per i prossimo sette o otto mesi.
E io guardo fuori, in alto. E dico: ciao ragazzi.
Saluto il mio vecchio, per sempre giovane, “Grande Torino”.
Capitemi io sono un “vetero Granata”. E il 4 maggio è sempre giorno di commozione.
Valentino e i suoi compagni di squadra stavano per vincere il loro quinto campionato nazionale.
La domenica prima avevano pareggiato 0 a 0 a Milano contro l’Inter, la loro unica concorrente diretta che non si era ancora arresa all’evidenza della loro supremazia, ma era più soltanto aritmetica a tenere in piedi le speranze dei nerazzurri.
I granata si potevano persino permettere una trasferta premio in Portogallo, a Lisbona, per giocare un’amichevole contro il Benfica, per festeggiare l'addio al calcio del capitano della squadra lusitana Ferreira, amico di capitan Valentino. Oltre che per giocare, la trasferta è ghiotta per i giocatori per fare turismo e acquisti di generi vari che magari qui in Italia non si trovano ancora sui banchi di mercati e negozi. L’Italia è un paese ancora in difficoltà post-belliche, e i calciatori, all’epoca, guadagnano quanto un piccolo impiegato. Ma sono famosi. Soprattutto quelli del Torino.
Costituivano i 10/11 della nazionale. Insieme ai grandissimi ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, il Grande Torino aveva contribuito con le sue imprese a dare lustro e svago a una nazione che cercava di risollevarsi dopo i terribili anni di guerra e di occupazione tedesca.
Erano una squadra di calcio ammirata ed amata.
Alle ore 17:05 del 4 maggio 1949 divennero un mito.
Il Fiat G212, un aereo piccolo e veloce, con a bordo l'intera squadra del "Grande Torino" si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della basilica di Superga, appena fuori Torino. Perirono tutti.
I Giocatori: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Giulio Schubert.
I Dirigenti: Arnaldo Anisetta, Ippolito Civalleri.
Gli Allenatori: Egri Erbstein, Leslie Levesley
I Giornalisti: Renato Casalbore., Renato Tosatti, Luigi Cavallero.
A raccontare le storie dei singoli e del ciclo calcistico di quella squadra mi metterei a scrivere per troppo tempo.
Dico solo che forse sarà sempre difficile capire, per chi non ama il calcio, la passione che anima un tifoso. La sua innata sete di memoria storica, vissuta come un bene comune da condividere con i propri simili. Non stateci a giudicare, bisogna vivere le cose per capirle.
Ma io sempre mi commuoverò ad alzare lo sguardo verso la collina e a scorgere l’inconfondibile sagoma della Basilica di Superga. Perché so che lì sono rimasti i sogni dei miei ragazzi con la casacca granata.
Ma non fa niente capitan Valentino, dì ai tuoi compagni che per noi non siete morti, siete soltanto in trasferta…..


Me Grand Turin
(Ma 'n fiur l'aviu)


Russ cume 'l sang
fort cume 'l Barbera
veuj ricurdete adess, me grand Turin.
En cui ani 'd sagrin
unica e sula la tua blessa jera.

Vnisìu dal gnente, da guera e da fam,
carri bestiame, tessere, galera,
fratej mort en Russia e partigian,
famìe spiantià, sperduva ogni bandiera.

A jeru pover, livid, sbaruvà,
gnanca 'n sold 'n sla pel e per ruschi
at duvavi suriè, brighè, preghè,
fina a l'ultima gusa del to fià.
Fumè a vurià dì na cica 'n quat,
per divertise a duvìu rii 'd poc,
per mangè a mangiavu fina i gat,
geru gnun: i furb cume i fabioc.

Ma 'n fiur l'aviu e t'jeri ti, Turin,
taja 'n tl'asel jera la tua bravura,
giuventù nosta, che tuti i sagrin
purtavi via cunt tua facia dura.
Tua facia d'uveriè, me Valentin!,
me Castian, Riga, Loik e cul pistin
'd Gabett, ca fasia vni tuti fol
cunt vint dribbling e poi jera già gol.

Filadelfia! Ma chi sarà 'l vilan
a ciamelu 'n camp? Jera ne cuna
'd speranse, 'd vita, 'd rinasensa,
jera sugnè, criè, jera la luna,
jera la strà dla nostra chersensa.
T'las vinciù 'l Mund.
a vintani t'ses mort.
Me Turin grand
me Turin fort.


Giovanni Arpino


Mio Grande Torino
(Ma avevamo un fiore)


Rosso come il sangue
forte come il Barbera
voglio ricordarti adesso, mio grande Torino.
In quegli anni di affanni
unica e sola la tua bellezza era.
Venivamo dal niente, da guerra e da fame
Carri bestiame, tessere, galera,
fratelli morti in Russia e partigiani,
famiglie separate, perduta ogni bandiera
Eravamo poveri, lividi, spaventati,
neanche un soldo sulla pelle e per lavorare
e dovevi sorridere, brigare, pregare
fino all'ultima goccia del tuo fiato.
Fumare voleva dire una cicca in quattro,
per divertirsi dovevamo ridere di poco,
per mangiare mangiavamo perfino i gatti,
non eravamo nessuno: i furbi come gli sciocchi.
Ma avevamo un fiore ed eri tu, Torino,
tagliata nell'acciaio era la tua bravura,
gioventù nostra che tutti i dispiaceri
portavi via con la tua faccia dura.

La tua faccia d'operaio, mio Valentino!
mio Castigliano, Riga, Loik, e quella peste
di Gabetto, che faceva venire tutti matti
con venti dribbling ed era già gol.
Filadelfia! Ma chi sarà il villano
a chiamarla un campo? Era una culla
di speranze, di vita, di rinascita,
era sognare, gridare, era la luna,
era la strada della nostra crescita.
Hai vinto il Mondo,
a vent'anni sei morto.
Mio Torino grande
Mio Torino forte.


01 maggio 2007

Primo maggio



Ricordo bene una delle prime manifestazioni del primo maggio a cui sono andato da solo, intendo senza i miei genitori, non fu neanche tanti anni fa. Doveva essere il 1997. M’incontrai con Flavio davanti all’università. Era tirato a lucido. Barba rasata, capello cortissimo. Polo rossa sotto una giacca scura, jeans nero che forse la madre gli aveva stirato al mattino. Aveva occhiali scuri e il Manifesto in una mano. Era di buon umore. Mi parlava come sempre della sua prossima tesi in storia contemporanea. Si era impuntato sulla svolta della Bolognina, ne voleva fare una critica piuttosto severa vista dalla base, come una inquadratura di costume. Gli chiesi dove fosse Silvia la sua fidanzata. Mi rispose qualcosa che non ricordo ora. Ma era contento che ci fossi io con lui. Andammo in testa al corteo con i partigiani dell’Anpi. Una ragazza dall’accento lombardo ci offrì delle coccarde rosse. Noi ce le facemmo appuntare al petto con un sorriso più galante che solidale. Fu lui ad allungarle un paio di mille lire come contributo. Perché lui lavorava. O meglio lavorava abitualmente in una piscina come insegnante di nuoto, aveva quasi circa sette-otto anni in più di me. Io ancora non sapevo che pesci pigliare dalla mia vita, mi ero da poco iscritto all’università, grazie ai soldi che un’assicurazione mi aveva dato dopo un tamponamento di quasi due anni prima.
Avevo conosciuto Flavio per vie traverse qualche mese prima. Mi era simpatico, ogni tanto era un po’ nichilista, ma io sapevo non esserlo di meno. Parlavamo di storia, politica e del Toro. Lui era un ragazzo della curva Maratona e mi raccontava con dovizia di particolari dei suoi anni passati tra cori e scontri con le altre tifoserie, ogni tanto anche delle partite.
Poi un giorno mi mise alla prova. Eravamo nel cortile delle aule studio, fumavamo una sigaretta distratti. Cominciò allora a parlarmi di quando si faceva, di quando scappava dalle comunità di recupero dove i suoi genitori provavano a fargli fare dei cammini per tirarsi fuori dai guai. Mi parlò di quando rubava. Di come aveva dovuto dire addio alla carriera agonistica di nuotatore nonostante fosse stato ai vertici nazionali. Da un certo aspetto non me l’aspettavo che me ne parlasse così spontaneamente, dall’altro mi stupivo meno del necessario, perché ero comunque cresciuto in un quartiere dove queste storie sono in molte a raccontartele se vuoi. Comunque per me non era un problema. Mi fece capire che conoscere Silvia lo aveva aiutato, che con lei si era pulito e appena presa la laurea si sarebbero anche sposati. “Una donna ti può salvare la vita , sai?”, così mi diceva e io sorridevo perché ai tempi la mia vita sentimentale viveva in luogo dove le soddisfazioni erano poche e le prese per il culo tante…… ma questa è un’altra storia.
Così quel primo maggio lo passammo insieme. Ricordo la nostra emozione nel vedere questi anziani partigiani cantare e stringersi per mano a pochi passi da noi. Ci ritrovammo a pensare insieme che se vivi in modo coerente con i tuoi ideali ogni giorno è l’alba di un giorno felice. Magari eravamo un po’ suggestionati.
Io e Flavio ci frequentammo ancora molto. Poi lui sparì. Anche Silvia.
Una sera ero fuori da un cinema a fare la fila per vedere un film di Quentin Tarantino. Lo intravidi e sicuro andai verso di lui per salutarlo. Lui contraccambiò con un aria un po’ indifferente la mia cortesia. Aveva il volto stanco e triste. Capìi che qualcosa era successo. Mi congedai da lui per non essere invasivo, ma lui ebbe un moto improvviso e mentre già indietreggiavo mi prese il braccio, ma senza stringermi, mi chiese allora se avevo visto Silvia recentemente. Risposi di no tradendo un po’ di sorpresa. Flavio mi disse che si erano lasciati, ma che faceva fatica a mettersi in contatto con lei, voleva sapere se frequentasse ancora il giro universitario, ma io gli risposi che non la vedevo da quando non vedevo lui. Si scusò e tornai verso la fila dove due miei amici mi aspettavano.
Non seppi più niente di lui per qualche mese. Lo volevo ricontattare con la scusa di farmi ridare un libro. Ma una sera una mia compagna della squadra mista di pallavolo che lo conosceva mi disse che lui non era più. Che aveva fatto un salto. Che aveva salutato così la commedia. Aveva scoperto che Silvia lo aveva lasciato per mettersi col suo migliore amico. Non aveva resistito alla cosa.
Ogni tanto passo dov’è ora. Gli racconto di quello che faccio, del Toro e della politica. Lo saluto. Tanto ci si rivedrà da qualche parte, in qualche modo.


Così ogni anno torno alla manifestazione del primo maggio, quasi sempre in bici, compro Il Manifesto, cerco lo spezzone dell’Anpi, faccio qualche passo con loro, mi faccio appuntare al petto una coccarda rossa da qualche ragazza con un bel sorriso e poi me ne vado su e giù lungo il serpentone a salutare chi conosco e a parlare di politica, lavoro e se scappa anche del Toro. Fondamentalmente passo una bella mattinata.

27 aprile 2007

Buone notizie



Diciamocelo oggi ad ascoltare i telegiornali viene la depressione.
Non che gli altri giorni siano più allegri, ma insomma oggi…. È proprio una giornata di merda!
Andiamo nell’ordine:
infilzata con un ombrello nella metro ragazza di 23 anni muore a Roma
giallo a Parma, ragazza trovata morta, forse uccisa;
a Bergamo muore schiacciato da una ruspa sotto gli occhi del figlio;
morto a Mosca il violoncellista e compositore Rostropovich;
negli scontri a Tallin per la rimozione di un monumento all’armata rossa morto una persona e 56 feriti;
due cinesi uccisi per strada a Milano in piena zona Via Paolo Sarpi;
a Gioia Tauro, devastata la sede di una cooperativa che coltiva terreni confiscati alle cosche della 'ndrangheta;
abbattuto un elicottero russo in Cecenia: 18 morti;
processo Sme: prosciolto Berlusconi, i giudici ritengono che non abbia commesso il fatto;
per non contare tutta l’attenzione mediatica per il processo alla Franzoni, con tutta la lunga fila di vojeur che si accalcano dentro fuori e intorno al palazzo di giustizia….. ma dai!!!!!
Mentre pure il divin Diego se la passa male là in Argentina, qui il figlio Jr e la madre lo denunciano per aver detto che lui non ha figli maschi.
E le buone notizie?
Tranquilli, tranquilli.. ci sono le buone notizie, e che si nascondono, o meglio, pardon, vengono nascoste, fanno poco audience…. Bisogna andare a cercarle, dove invece vengono esposte per bene, ma si sa chi cerca trova!
Ecco una piccola sfilza di Buone notizie (mi fa sentire tanto la Gabbanelli dirlo….):
- L'Assemblea legislativa locale di Città del Messico, la capitale del secondo più grande Paese cattolico, ha approvato il progetto di legge per la depenalizzazione dell'aborto entro le prime 12 settimane di gestazione. Contro il provvedimento, approvato con 46 voti a favore, 19 contrari ed una astensione, si era mobilitato anche il Vaticano. In festa le attiviste pro-aborto.
- Grazie al programma "Yo si puedo", voluto da presidente Evo Morales, nel municipio di Tolata non ci sono più analfabeti. I 710 benificiari di questo programma sono tutti quei cittadini che nella loro vita non hanno avuto la possibilità di accedere alla scuola. Contadini, muratori, pastori, soprattutto donne hanno così potuto uscire dall'analfabetismo che, in un paese molto povero come la Bolivia, poteva anche significare sfruttamento.
- Il prossimo maggio, in Colombia, entrerà in vigore il Testo unico della Legge sull’infanzia e l’adolescenza, che prevede pene molto severe per i pedofili. A tirare un sospiro di sollievo sarà, prima fra tutte, Cartagena de Indias, cittadini colombiana sulle rive dell'oceano Atlantico, meta prediletta per il viaggiatore in cerca di trasgressione: cocaina e sesso facili sono attrattive insuperabili, ma a questo si somma il coinvolgimento di oltre duemila bambini nel giro della prostituzione minorile. Un affare di milioni di pesos, che è arrivato a sfruttare maschi e femmine anche di 5-6 anni, e che è gestito da una rete criminale ben organizzata facente capo all’Autodifesa unita della Colombia (Auc), gruppo paramilitare guidato da Salvatore Mancuso, signore indiscusso del narcotraffico internazionale e ora agli arresti domiciliari in attesa di giudizio.
- Lo stesso tribunale che giudicò nel 1985 gli ex comandanti della giunta militare argentina, Jorge Rafael Videla e Emilio Eduardo Massera, condannandoli all'ergastolo, ha annullato l'indulto concesso nel 1990 da Menem. Finalmente, i responsabili della sparizione di oltre 30 mila persone per effetto del Plan Condor, la “cooperazione” a delinquere fra le dittature del Cono Sud messa in atto negli anni settanta e ottanta. Videla e Massera saranno costretti a passare il resto della loro vita dietro le sbarre.
Se vi sembra poco……….

P.s. diamo un benvenuto a Fiore, che è sbocciata la scorsa notte.
Con gli auguri che tu possa crescere e conoscere la bellezza e il colore dell'Amore

24 aprile 2007

Memorie sessantaduenni
(a piedi fermi)


Scrivere qualcosa sul 25 Aprile che sia sensato, non retorico, senza cadere nel revisionismo e che aiuti alla memoria collettiva non è poi semplice. Lo dico perché dopo 62 anni da quella data mi piacerebbe che la si consideri per quello che è. La fine ufficiale della guerra, l’inizio di un periodo di speranze, unità e rinascita nazionale che s’interruppe nel 1948 allorchè, De Gasperi, scaricata la sinistra e vinto delle elezioni in un clima tesissimo, diede inizio alla lunga stagione del potere della DC.
So che donne e uomini, giovani e maturi, borghesi e proletari, colti e non, rivoluzionari e conservatori, parteciparono alla Resistenza per sconfiggere il Nazifascismo e porre fine alla loro dominazione in Italia e alla sciagurata guerra che avevano dichiarato in preda a visioni di dominio planetario di stampo esoterico, rurale e nazionalpopolare (giuro che non sto parlando di Studio Aperto).
C’è stata una guerra civile. Dopo sessantadue anni non perdiamo ancora l’abitudine a dividerci in fazioni: destra e sinistra, cattolici e laici, orgogliosamente diversi e orgogliosamente conformi, alternativi e tamarri, Coppi e Bartali, settentrionali e terroni, per i diritti degl’italiani ed per i diritti degli extracomunitari, istituzionali e antagonisti, capelli lunghi e teste rasate, tu e io.
Eppure, cessate le scariche di mitra (comprese quelle fuori tempo massimo), andati fuori dalle scatole i Savoia, proclamata la Repubblica, riaperti i cinema e riallacciati gli acquedotti, un’altra cosa buona è stata fatta prima del ’48.
È la costituzione.
Un compendio di diritto all’avanguardia. Così nuovo che, quel testo redatto dai padri della moderna patria, pare non sia quasi mai stato sfogliato da nessuno in questi anni. E a dire la verità sembra proprio così. Eppure la costituzione rappresentava, negli ideali di chi aveva chiesto all’indomani della liberazione la sua Costituente, “l’altro passo”. Con l’insurrezione e la Liberazione un passo era stato fatto. Si trattava di farne un altro. Poi il cammino per l’uguaglianza sarebbe venuto da sé. Ed invece si è rimasti sostanzialmente a piedi fermi.
A fare strada in questo paese è stata la Mafia, la collusione fra politica e poteri forti, il bisogno di riscrivere la storia per mettere sullo stesso piano Partigiani e repubblichini, il disimpegno dalla cosa pubblica, voglia di apparire, nani e ballerine, programmi tv serali, venditori di ciarpame, surrogati dei sentimenti e tanto altro che piace a tanti.
Una penultima cosa (eh sì…). Esistono targhe, lapidi, monumenti, insegne di vie che ricordano persone cadute durante la Resistenza. Leggete i loro nomi. Poi andate sul sito
www.anpi.it e cercate sul link “donne e uomini della resistenza” la storia della persona a cui è intitolato l’epitaffio che avete letto. È un esercizio di memoria. Serve.
Un ultima cosa (quasi finito lo giuro). Un testo di una canzone. È dell’attore Marco Paolini e dei Mercanti di Liquore. Si chiama “sette fratelli” ed è dedicata ai fratelli Cervi.

C'erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta.

La leggenda dirà
dell'ultima battaglia:
dove cantò la cicala
abbaia la mitraglia.
Una muta di cani
la notte ha circondata,
il fumo lecca i muri
della casa incendiata.
Ma quando li portarono
alla crudele morte,
non eri tu, fucile,
il più fermo, il più forte.
C'erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.

Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta.
Nella nebbia dell'alba
si nascosero i cani,
e chiusero gli occhi
per non vedersi le mani.
Negli occhi dei sette Cervi
l'aurora si specchiò,
dagli occhi fucilati
il sole si levò.

Vecchio, tenero padre,
olmo dai sette rami,
nella vuota prigione
per nome ancora li chiami,


C'erano sette fratelli
che andavano per il mondo:
sei erano sempre allegri,
il settimo sempre giocondo.
Sei andavano a piedi
perché non avevano fretta,
il settimo invece perché
non aveva la bicicletta.
E a notte fra le sbarre
fin dove soffia il vento
intatte vedi splendere
sette stelle d'argento.
Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.


I cani non potranno
fucilare le stelle.
Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.


20 aprile 2007

La foto di mio padre
seconda e ultima parte
I miei fratelli lo capirono subito.
Aldo mi propose di venire a lavorare con lui, visto che di studiare non ne volevo sapere. Aveva preso a cuore il suo ruolo di capofamiglia e m’intimava di non procurare altri dispiaceri a nostra madre indicandomi la foto di mio padre. Sinceramente l’immagine di mio padre non poteva certo incutermi molto timore. Quell’unico ritratto presente in casa era un primo piano non troppo a fuoco tratto da una foto risalente al matrimonio di un cugino di mia madre. Lo mostrava un po’ sorpreso, un po’ scocciato, mentre era distolto, con ogni probabilità, dall’ingozzarsi a qualche buffet, com’era solito fare a certi appuntamenti. Però ci somigliavamo, il volto tondo e olivastro, i capelli corvini e ricci, foltissimi, il naso aquilino, la pelle grassa, la stessa fossetta posta in mezzo al mento come una scanalatura in una pingue valle ai piedi di una montagna a cono, certamente due meridionali come tanti a Torino.
Di tanto in tanto mi macchiavo di piccoli reati, furtarelli con qualche mio amico per pagarmi la dose, quando non potevo farlo cercavo di sparire un po’ dalla circolazione. Avevo scoperto che prostituendomi in un determinato giro di gente potevo tirare su un po’ di soldi che mi sarebbero bastati per un paio di settimane. Non male.
Il mio cliente abituale era un professore universitario che viveva con una madre anziana in un villino poco fuori la città. Andavo da lui preferibilmente la sera con il mio motorino che parcheggiavo alla cancellata, senza curarmi di legarcelo con una catena, la zona era tranquilla. Era un omino placido, pulito, timido e passivo, pagava molto bene. Come anche un gallerista del centro, ma molto più richiedente e che aveva anch’esso una passione per droghe molto pesanti. In ogni caso roba buona.
Poi un giorno la cosa si seppe a casa.
Si arrivò così ai ferri corti con mio fratello che ora mi minacciava di buttarmi fuori di casa.
Ma a sorpresa se n’andò prima mia sorella.
Rimase incinta del suo amante che non ne voleva sapere di sposarla e lasciare la sua famiglia. Anche mio fratello, che non voleva avere ulteriori impicci, la scaricò dicendogli che l’unica cosa da fare era abortire.
Concetta comunque frequentava anche il fratello di una sua collega che faceva il carabiniere, dopo poco gli fece credere che il figlio che portava in grembo era suo. Andarono via, a Carpi dove lui fu trasferito, si sposarono e mia sorella non ci chiamò.
Ma so di certo che mia madre ha una sua foto con il marito e il figlio che chiamò Antonio, come mio padre.
Una sera ero con un mio amico dietro casa, proprio nei giardinetti dove giocavo a pallone da bambino e mi rincorrevo nella polvere con gli altri figli del quartiere, ci stavamo facendo una dose e mi sentii male, svenni e non ebbi tempo quasi di capire cosa stesse succedendo. Era eroina tagliata con qualche polvere cementizia penso.
Mi risvegliai dopo un mese di coma all’ospedale.
Ma a quale prezzo!
Una trombosi celebrale mi aveva reso paralizzato completamente alla parte sinistra del corpo e anche la parte destra non era certo più autonoma.
Poco dopo il mio ritorno a casa mio fratello se n’andò, schifato dalla mia presenza, da come mia madre sembrava prendere quella vita piena d’atti dolorosi senza un lamento e dalla propria impotenza a farsi dare ascolto in quella casa.
I servizi sociali, dopo molto tempo, ci concessero la presenza al mattino di un assistente sanitario che veniva a casa a pulirmi, vestirmi, farmi la barba.
Edo appunto.
Ogni tanto Edo tardava, ma ancora peggio, telefonava perché non poteva venire. Una volta aveva la febbre, un’altra doveva andare da sua madre che stava male, un’altra volta era la banca che lo chiamava perché era in rosso. Capita no?
A pranzo, cena e alla sera per coricarmi vengono dei volontari della chiesa di quartiere dove abito, la chiesa dove mi hanno battezzato e dato la prima comunione. È gente gentile, che fa tutto questo per spirito cristiano, sicuramente un posto in Paradiso il Signore non gli e lo negherà, come dice mia madre.
Ma lei quasi non mi tocca durante il giorno. La mattina arriva nella mia camera, solleva la tapparella, mi chiama con voce arida, poi mi si avvicina e spicciativa mi tira un po’ su, di solito ha preparato una tazza di latte e caffè con del pane inzuppato e m’imbocca quella solita colazione; poi ritorna in cucina e di solito passa la giornata lontana dai miei occhi.
Parla con la foto di mio padre, gli dice che Aldo ha telefonato e sta bene, ha anche conosciuto una ragazza, ma che non passerà a farcela conoscere, che suo nipote Antonio, stando ai suoi calcoli, dovrebbe iniziare la scuola elementare quest’anno, che al mercato ci sono troppo extracomunitari a vendere le loro cianfrusaglie, che stanno costruendo dei nuovi palazzi nel quartiere che non sono più giallo marcio ma belli in muratura rossa con balconi e finestre grandi, che lo zio Ninuccio è andato in pensione, che l’inverno quest’anno stenta ad arrivare. Di me non dice nulla.
Ma non è importante. So che parlando con la foto di mio padre lei parla con me.
Forse le è più facile riconoscermi così. Ora che il mio fisico si sta trasformando ogni giorno di più per effetto dell’immobilità, delle terapie e di una più incalzante decadenza.
Una volta mi sentivo stretto in questa casa, ora mi sento soffocare nel mio corpo.

17 aprile 2007

La foto di mio padre
prima parte

Edo oggi mi pare in ritardo.
Sento mia madre che cincischia in cucina.
Chissà cosa starà facendo?
Me la immagino preparare già la verdura cotta per il pranzo, o spolverare i ripiani della credenza, quelli di legno scuro, dove da piccolo rubacchiavo le caramelle da una grossa coppa di ceramica bianca e blu, sicuramente si fermerà un attimo a parlare davanti alla foto di mio padre. Non penso che per lei sia molto cambiato parlagli così o come quando lui era in vita. Di solito mio padre era silenzioso e indifferente, sfuggevole. “Un uomo di Calabria ostinato”, ho sentito dire una volta da un parente in visita che ci chiedeva il voto per un’elezione. Sarà! Ma io avrei detto ottuso.
Era arrivato tanti anni fa in città dal suo paese, con un vestito, un paio di scarpe e una valigia semivuota. Di lavoro faceva il garzone in una pescheria. Portava spesso dei pesci a casa da mangiare. Casa mia puzzava come una pescheria.
Un parente gli fece conoscere un giorno mia madre, perché aveva da “ammogliarsi”. Dopo un paio di mesi dal loro matrimonio, mia madre rimase incinta di mio fratello maggiore Aldo, cui seguì mia sorella Concetta, poi toccò a me, dopo poco mia madre ebbe un nodulo alle ovaie e non poté avere più figli. La gente disse che era una disgrazia, mio padre forse non la pensava così.
Abbiamo sempre abitato qui, nel “Borgo Cina”, com’era chiamato questo spoglio rione ad uno sputo dalle fabbriche di Mirafiori, in questo stabile popolare, dal colore giallo marcio, con gli infissi di legno crepitante, insieme a tante famiglie come la nostra, e come loro forse anche noi abbiamo pagato l’affitto all’ATC un paio di volte l’anno.
In cinque era difficile stare in quel buco.
E allora ci fu una selezione naturale.
Mio padre ebbe la possibilità di arrotondare il suo stipendio accompagnando in giro Franco Procopio detto “Lu Purc”, un pugliese intrallazzato con piccoli traffici e che conosceva mio padre per aver fatto un anno e mezzo il militare insieme a Udine. Mio padre guidava bene la macchina. Una sera erano per un lavoro facile da un droghiere che doveva dei soldi a “Lu Purc”; come al solito mio padre doveva aspettare fuori, in macchina, per poi allontanarsi in fretta finita la pratica. Ma quella sera aveva deciso di entrare anche lui nel negozio con l’amico. Non so perché, forse era curioso di vedere una volta tanto come avvenivano certe operazioni o forse voleva approfittare della situazione per accaparrarsi un paio di bottiglie d’olio. Fatto sta, che mentre lui e il “Lu Purc” entrarono in negozio, il droghiere li riconobbe e non aspettò neanche che aprissero bocca, tirò fuori dal banco una pistola e sparò, un po’ così, a caso nella direzione di mio padre e del suo socio. Franco rimase ferito ad una spalla e cadde rovinosamente all’indietro frantumando una vetrina, mio padre ebbe una pallottola in un polmone e morì in ospedale sotto i ferri dei chirurghi. Il droghiere fu accusato di detenzione illegale d’armi, omicidio preterintenzionale e lesioni gravi. Ma se la cavò con una condanna minima e si dileguò per paure di vendette. Al posto della drogheria ora c’è un negozio di compravendita d’immobili.
Era l’inizio degli anni Ottanta, all’epoca io avevo quindici anni, mia sorella diciassette e mio fratello diciotto. Nei cinque anni successivi continuavamo a stare stretti in quella casa. Ma mio fratello diventò manovale in una cooperativa di facchinaggio e traslochi, mia sorella parrucchiera e amante di un uomo sposato, più vecchio di lei di dodici anni, e io iniziai a drogarmi.

13 aprile 2007

Quella moda senza tempo di tagliare nastri

No so se questa sia una mia fortuna o meno. Ma nella mia vita non ho mai studiato filosofia. Quindi ignoro un po’ bellamente le meditazioni di Platone come i fondamenti del pensiero di Popper.
So che i filosofi sono esistiti. Me lo ha detto la storia, intesa più come materia scolastica che come passione. So che alcuni di loro hanno lasciato segni così fondamentali nella civiltà da contraddistinguere intere epoche. Quindi i concetti d’illuminismo, romanticismo, conflitto, classicismo, ecc… non mi suonano del tutto estranei. Ed anche i loro protagonisti. Uno di questi è “Friedrich Wilhelm Nietzsche”, che in un blog in cui io ogni tanto scorribando, è chiamato più simpaticamente Freddy. A Pasquetta tra le foto che ho scattato c’era anche quella di una lapide all’angolo di Piazza Carlo Alberto che ricorda il soggiorno di Freddy a Torino nel 1888.



Il pensatore Tedesco (era nato a Locken, vicino a Lipsia, nel 1844) con già molte pubblicazioni alle spalle, si trasferì a Torino, città che apprezzò particolarmente, e dove scriverà L'Anticristo, Il crepuscolo degli idoli ed Ecce Homo (pubblicato postumo). E che ti combina di altro nella città dei gianduiotti? È datata 3 gennaio 1889 la prima crisi di follia in pubblico: mentre si trovava in piazza Carlo Alberto, vedendo il cavallo adibito al traino di una carrozza fustigato a sangue dal cocchiere, abbracciò l'animale e pianse; in seguito si buttò a terra urlando ed in preda a spasmi. Dalla crisi non si riprenderà più. Ricoverato prima in una clinica psichiatrica a Basilea, viene trasferito a Naumburg per essere invano curato dalla madre, prima, e dalla sorella Elisabeth Förster Nietzsche, poi. Trasferito nella casa di Weimar, dove la sorella ha fondato il Nietzsche-Archiv, vi muore il 25 agosto 1900.
So che il pensiero di Freddy è stato oggetto di diverse interpretazioni. E che tra le più noti esista quella elaborata dall’ideologia nazista, anche a causa delle false indicazioni naziste e razziali inserite dalla sorella Elisabeth, sposata con un antisemita, nel materiale inedito, dopo la morte del filosofo. La concezione nazista di superuomo è sì al di là del bene e del male ma che usa la violenza senza alcun valore etico contrariamente all'Oltreuomo di Nietzsche che crea dei valori nuovi. Soprattutto Nietzsche sosteneva che chiunque poteva tentare di diventare un "superuomo" e non solo pochi individui come sosteneva il nazismo. Un po’ come quello che adesso succede con le opere di Tolkien, quello del “Signore degli anelli”, che era contrarissimo al fascismo, anzi era una specie di anarchico individualista, magari un po’ moralista e borghese, tipo certe signore che vanno a messa alle sei del pomeriggio. Ma se vai ai raduni delle formazioni politiche della destra i suoi romanzi sono ben allineati sui banchetti, accanto alle fascette tricolori, ai busti dell’ex capetto di Predappio e ai cd con i canti del ventennio. Eh certa gente è sempre all’”avanguardia”……
Ma sta di fatto che la cosa che più mi colpisce è che la data di realizzazione della lapide che ho fotografato è dell’ottobre 1944.
Un momento un po’ inusuale per scoprire lapidi e instaurare cerimonie con tanto di tagli di nastro e affettamento della torta con gelatina di frutta. Insomma la guerra infuriava, tedeschi, brigate nere e partigiani si sparano ad ogni angolo di strada, convogli di treni partono di tanto in tanto per Mathausen, è vivo il riverbero degli scioperi di marzo e giugno nelle fabbriche torinesi e del nord Italia, i danni dei bombardamenti sono ancora tutti lì sotto gli occhi di tutti e solo dopo la fine del conflitto ripartirà la ricostruzione, si vieta la circolazione in bici e automobile per i civili, i generi alimentari sono sempre più razionati, infine si proibisce anche di tagliare gli alberi (?)….
Insomma non proprio il momento migliore per fare di queste cose. Ma che in un certo modo testimonia di quella capacità tutta torinese di adoperare i soldi pubblici. Ovvero: meglio usarli per far felice qualche padrone di turno (una volta i nazisti, in questi tempi le varie clientele politiche, tipo grosse catene commerciali, che s’insediano un po’ dove vogliono con i loro ipermercati… e i piani regolatori, cartine per canne?) che per fare opere per i cittadini (una volta erano in ballo la mera sopravvivenza, ora la qualità dello sviluppo civile, in alcuni quartieri non si vede neanche lo straccio di una biblioteca o di un consultorio medico….).
Certo non ho niente in contrario al buon Freddy, che ha pure dimostrato di essere piuttosto sensibile alla sofferenza e al cinismo, ed in tempi non sospetti…
Ma se mi devo chiedere da chi può aver imparato il nostro sindaco Chiamparino a scialacquare i dindi, ora vedo che la storia con i suoi corsi e ricorsi dà sempre le risposte a tutti i quesiti.

P.S. questo post mi è stato, in un certo senso, ispirato da una richiesta di Robibandito, alias Bassotuba

09 aprile 2007



Il divin Diego

Una pasquetta così non la passavo, penso, da almeno un quindici anni.
Essendo la mia metà del cielo di turno a lavoro, sono rimasto a casa tutta la mattinata impegnato nelle più eccitanti faccende domestiche, tipo buttare la spazzatura e mettere a posto le mutande stese. Nel pomeriggio, allora, mi sono avventurato con bici e macchina fotografica per le vie del centro storico della mia città subalpina.
Il poco traffico e la bella giornata hanno reso il giro piuttosto piacevole, qualche buono scatto c’è anche scappato.
Tipo questo:



Poi un meritato riposo in piazza Carlo Alberto. Steso su una delle panchine a livello aiuola, vedo passare umanità varia, tipo un gruppo di giovani turisti venezuelani (lo presumo dal fatto che indossavano alcuni capellini con la bandiera del paese di Caracas), una coppia anziana che gusta con moderazione piemontese un gelato probabilmente crema e gianduia, acquistato da Fiorio in via Po, poi giovani che fumano e cercano un bar per una birretta, il tipo accanto a me studia una dispensa piena zeppa di formule e algoritmi, ma ha l’aria di essere un fuoricorso memorabile.
Dopo un po’ riprendo il mio giro e percorsa tutta via Po scendo per i “Murazzi” così da arrivare a livello del fiume. Mentre zigzagheggio tra torbe di cittadini che sono lì per caso, butto l’occhio sul corso d’acqua del fiume più lungo d’Italia e mi pare così torbido che fra poco potrei camminarci sopra senza che nessuno gridi al miracolo.
Così per un’associazione d’idee del tutto personale mi viene in mente una notizia letta al televideo stamattina: “Maradona sta meglio ma crede di essere Dio”.
Ora, tutto si può pensare e dire di Diego Armando Maradona, da Lanùs, sobborgo di Buenos Ajres, ma stupirci se si crede Dio proprio no.
Il noto giornalista e scrittore Gianni Brera coniò per lui la definizione di “divino scorfano” dopo averlo visto sgraziato e dalla bassa statura, ma è mondialmente più noto come El Pibe de Oro (il bimbo d'oro). Il 5 luglio del 1984, Maradona, acquistato dal Napoli alla cifra record di record di tredici miliardi e mezzo di lire (il contratto fu firmato senza che il Napoli disponesse ancora dei soldi per acquistare il giocatore, che solo in un secondo momento vennero versati dal Banco di Napoli) venne presentato ufficialmente allo stadio San Paolo ed è accolto da settantamila persone: bastarono un palleggio ed un tiro verso la porta della curva B e l'entusiasmo si trasformò in tripudio, tipo del coro «Oh Mamma mamma mamma, Oh Mamma mamma mamma, sai perché mi batte il corazon, ho visto Maradona, ho visto Maradona, e Mammà innamorato son.».
L’adorazione per il giocatore argentino è testimoniata anche dall’ "Altarino di Maradona": una piccola edicola dedicata al famoso calciatore. Si trova in via San Biagio dei Librai di fronte al largo Corpo di Napoli, poco dopo la statua al dio Nilo. L'altarino contiene una foto di Maradona nonché un suo capello conservato in una teca. Ma nella patria natia si spinsero anche più in là. A Buenos Aires alcuni fan hanno fondato la "Chiesa di Maradona." Il quarantatreesimo compleanno nel 2003 rappresentò l'inizio dell'anno 43 D.D. - "Después de Diego" o Dopo Diego - per i suoi 200 membri. Successivamente i membri sono diventati decine di migliaia attraverso il sito ufficiale della chiesa.
Persino nel cinema si sprecano i riferimenti ad un Maradona in chiave mistica; nel film Il “Mistero di Bellavista” di L. De Crescenzo uno dei protagonisti dice infatti: “San Genna' non ti crucciare, tu lo sai, ti voglio bene / Ma 'na finta 'e Maradona scioglie 'o sangue dint' 'e vene”.
La favola di Maradona ha conosciuto picchi e cadute.
Ma nell’immaginario della mia generazione rimane il giocatore di calcio più funambolico e affascinante che mai avessimo veduto. Ogni volta che uno di noi nei campetti di periferia riusciva in un gol dopo una serpentina noi lo si apostrofava con un “e chi sei Maradona?”, perché la memoria ci andava senza indugio al secondo gol del Pibe de oro all’Inghilterra ai mondiali del 1986. Vent’anni fa.
Il piccolo e povero ragazzino argentino nipote di emigranti italo-dalmati, è divenuto realmente una divinità profana. Ha segnato un solco, in cui volontariamente o meno, si sono calati tutti i calciatori delle generazioni che seguirono la sua venuta. Dei personaggi pubblici sappiamo tutto, ma non come quello che sappiamo di un calciatore. Di un calciatore sappiamo anche quando ha il raffreddore e non si allena. Ce lo dicono i giornali specializzati di sport ma anche le pagine interne dei grandi quotidiani parlano di ciò. E non è solo una questione del fatto se giochi nella Juve o nell’Inter. Anche se giochi nel Gallipoli magari un articoletto nei quotidiani locali lo riesci a rubare. Certo parlare del fatto che nell’est del Repubblica democratica del Congo la popolazione continua a vivere nella paura poichè saccheggi, abusi sessuali e rapimenti sono quotidiani, nessuno lo fa..
Ma che centra? In Congo nessuno ha segnato 361 gol in 693 partite ufficiali come Maradona…..

05 aprile 2007

100 passi indietro.

La prima volta che mio padre mi portò al cinema, era il 1981 o 1982. Si trattava di una piccola sala proiezioni nel quartiere Lingotto, borgata Torinese dove mio padre era cresciuto. Il cinemino l’avevano riaperta per proiettare film per i più piccoli, sia recenti sia di molti anni prima, infatti quel pomeriggio andammo a vedere un cartone animato, il noto “Red e Toby nemiciamici”. Per chi lo ha visto sa di che pellicola parlo. Per chi non lo ha visto è segno di aver avuto una infanzia monca, se ne faccia una ragione. Ricordo chiaramente l’entrata anonima del cinemino da una porta di ferro, la sala buia a cui si accedeva alzando un pesante sipario, le file di sedili di legno, dure e scomode. Assolutamente non a norma direi tra l’altro. Negli stessi anni la tragedia dello Cinema Statuto, del 13 febbraio 1983, in cui perirono 64 persone, portò (come sempre succede quando non ci arriva il buon senso) al divieto di fumare e all’uso di materiale ignifugo per la costruzione nei locali di proiezione. Comunque passarono molti altri anni prima che io e mio padre andassimo a vedere film al cinema. Anzi un’abitudine che riscoprimmo solo negli ultimi anni. Per lo più al pomeriggio, visto che mio padre non è solito uscire di casa dopo le 20.00.
Tra i film che vedemmo insieme, c’è né sicuramente uno che si può considerare una delle massime opere su pellicola, per il suo alto valore civico ed artistico. Parlo de “I 100 passi” di Marco Tullio Giordana. La storia narra la vita e il sacrificio di Peppino Impastato, giovane siciliano che si è dedicato alla lotta contro la mafia, per mano della quale è stato assassinato nel maggio 1978.


Giuseppe Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il
5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa (il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una Giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un'attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino “L'Idea socialista” e aderisce al PSIUP. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di “Nuova Sinistra”. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo Musica e cultura, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.); nel 1976 fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata, con cui denuncia i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito era Onda pazza, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale. Stampa, forze dell'ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, del suicidio. Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni di militanza e del “Centro siciliano di documentazione” di Palermo, nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato proprio a Giuseppe Impastato, viene individuata la matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria. Il 9 maggio del 1979, il Centro siciliano di documentazione organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Inizia da allora un lunghissimo iter giudiziario, reso tortuoso anche da depistaggi da parte di rappresentanti delle istituzioni, che va nel senso della ricerca della verità. Il 5 marzo 2001 la Corte d'assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo.
Il film di Giordana ricevette diversi riconoscimenti e nonostante la trama del film sia romanzata, il fratello di Giuseppe Impastato, Giovanni, ha dichiarato che circa l'ottanta per cento del film corrisponde a fatti realmente accaduti. Un film emozionante. Davvero io e mio padre uscimmo dal cinema col groppo in gola e gli occhi lucidi. Anche con la rabbia nello stomaco per l’arroganza del potere colluso con la mafia, che Impastato combatteva in prima fila, a volto scoperto, disarmato, anzi “armato” solo delle sue idee e della sua coscienza.
Una rabbia che ho sentito anche oggi nell’apprendere che l’albero in memoria di Peppino Impastato, piantato in un’aiuola comunale di Termini Imprese, nel palermitano, è stato sradicato e appoggiato su un muro dove campeggia la scritta «Viva la mafia». La polizia indaga. Magari proprio come vent’otto anni fa. Così si scoprirà che ad abbattere l’albero è stato proprio lui. Peppino Impastato. Disgraziato idealista che invece di chinare la testa ad destino infame l’ha tenuta sù.
L’infamità è una macchia dura da lavare. Che nel nostro paese ha un nome ben chiaro, un nome che fa schifo, e si chiama Mafia. Chi non se ne lava è immondo. Per sempre.
Una comunità che non allontana da sé questo cancro è destinata a rimanere svantaggiata nel cammino di civiltà e a percorrere un cammino all’indietro. Indietro di 100 passi.

02 aprile 2007

Pensiero
Vedi io ho questa immagine scolpita nella mia fantasia di una stanza da letto bianca arredata con pochi e semplici mobili di legno chiaro, una stanza da letto di una casa sul mare, in una notte d’estate, con una finestra enorme aperta da cui entrano odori mediterranei di rosmarino e origano, inframmezzati da folate di effluvio di una vicina pineta, ed è un vento ristoratore a far circolare queste fragranze nella stanza, divertendosi a mischiarle a suo piacimento, per stuzzicare olfatti poco avvezzi a quelle esperienze. E poi, cosa più importante, un letto a due piazze, di un leggero ferro battuto scuro, con candide lenzuola, su cui siamo stesi io e te, ci teniamo per mano e tra di noi, come fossimo una cornice, un bambino, che non ci assomiglia, ma è nostro figlio, pur non essendo nato da noi. Siamo tutti e tre addormentati, ma è stato il bambino a farlo per primo, abbiamo aspettato che il suo respiro si regolarizzasse, che seguisse lo stesso ritmo cadenzato che da lontano le onde della vicina spiaggia suggerivano. Ci siamo cullati col suo respiro e ci siamo poi assopiti anche noi due, con un intima felicità comune che ci legava. E vedo anche i nostri corpi lucidi ed ambrati da una giornata di sole, i nostri muscoli affinati dall’esercizio fisico di una giornata passata in spiaggia a giocare tra la sabbia e le acquee.
Mi viene da dirti… tu non hai mai desiderato qualcosa di simile?