23 febbraio 2007

La Memoria di un giorno
parte sesta
Nella notte del 26 Dicembre di quell’anno nacque la figlia di Eliana. Mia sorella era molto indecisa su come chiamarla, poi accettò il suggerimento di nostra madre, che insistette per Lalla, così visto che mia sorella si sentiva in debito verso di lei acconsentì per quel nome. Dopo un anno Eliana riuscì a trovare lavoro presso un supermercato che si trovava nel quartiere di Mirafiori, lì conobbe Renato, un uomo più grande di lei di qualche anno, andarono a vivere insieme ad Orbassano ed ebbero altri due figli, Luca ed Amalia. Sono tutt’ora una bella famiglia, ma un po’ solitari, li vediamo poco, cosa che ha sempre fatto soffrire molto mia madre.
La famiglia, per mia madre è stata sempre una passione. Allevare i figli, vederli crescere, spingerli ad avere esperienze, sentirgli raccontare la loro la vita, nel bene e nel male, gli sembrava un modo di condurre più vite insieme, percorrere quelle vicende umane a cui lei aveva, intenzionalmente o no, dovuto rinunciare, come viaggiare, studiare, suonare, avere amici, lavorare, vedersi la sera in un bar, sorridere a battute sguaiate, guardare distratta la città dai finestrini opachi di un bus mentre ci si trascina ad un appuntamento con un collega, canticchiare canzoni d’amore senza rime. Avessimo anche noi, figli suoi, assaggiato la vita con più spirito di conservazione, più che di riproduzione, gli avremmo regalato più gioie, più cartoline di estati passati in Grecia, più poesie lette sui muri di cessi di bar di mezza Europa.
Così, mentre parcheggiavo la macchina, tra un bidone della spazzatura e un piccolo fuoristrada ammaccato, intercettavo quella vaporosa malinconia negli angoli delle labbra di mia madre, segno che qualche fantasma, in più del solito, le lasciava una scia nel cuore. Il teatro era a pochi metri, qualcuno si era già radunato fuori.
Mia madre, lungo il marciapiede, ebbe un breve slancio ansioso nel prendere il mio braccio. Le chiesi allora:
- Mamma, che c’è? Stai bene?
- Sì, Ernesto, sono solo un po’ emozionata, sai sono davvero anni che non vado a teatro.
- Vabbè… è una recita di scuola…
- Ma c’è la nostra piccola Marta! Ma che padre sei se non ti emozioni?
- No, guarda che sono invece molto emozionato, e che sono cosciente che la piccola Marta avrà ancora molto da stupirci, lo sai com’è vulcanica. Chissà cosa ancora avrà in serbo per noi? In fondo… beh sì… sono più curioso che emozionato… ma anche emozionato, hai capito?
Mia madre mi scrutava vagamente interrogativa, poi disse:
- Certo, emozionato e curioso….
Mi sembrava volesse sottintendere qualcosa, poi stette zitta.
Entrammo nel teatro di quartiere che ospitava la recita, incrociammo insegnanti di Marta e genitori degli altri ragazzi; quando raggiungemmo i posti a sedere spuntarono Lucia ed Adriano, ci salutammo. Adriano era alle prese con la telecamerina, saltellava da un lato all’altra della sala, avanzava e arretrava lungo i corridoi laterali. Gli dissi:
- Guarda che consumi il nastro e le batterie per niente, poi quando entra tua sorella in scena sei a secco di entrambe.
- Pà tranquillo…. Non sto girando, sto solo provando le inquadrature, e poi ho la batteria di riserva, ed anche questo…
Tirò fuori dalla tasca un faretto portatile che aggiustò sulla telecamera, mia madre disse:
- Hai pensato anche al buio, ma che bravo…
Ancora stupore verso di lui, mia madre proprio si sorprendeva per tutte le piccole cose che Adriano faceva, o forse si stupiva perché a 20 anni non era ancora incappato in qualche guaio come suo padre o i suoi zii, come invece aveva predetto con astio mio padre, quando suo nipote era piccolo e di temperamento scivoloso.
Certo i dreadlock che imprigionavano i lunghi capelli corvini di Adriano, il percing al sopracciglio, i pantaloni lunghi e piuttosto sdruciti, le magliette che propagandavano acronimi anti-sistema mondiale, avrebbero soffocato chissà quali improperi nella gola di mio padre se se lo fosse trovato di fronte in tali condizioni. E persino mia madre lo trovava quantomeno un abbigliamento sui generis. Io e Lucia eravamo ormai abituati a vederci intorno allievi e figli dei nostri amici, agghindati in tal guisa. Il mondo, per certi aspetti, e per certi suoi abitanti, è un villaggio globale che comunica con l’esteriorità.
Ma in fondo già mio fratello Davide ci aveva iniziato a certi linguaggi.
Aggirarsi per i quartieri del centro di Torino conciato come un punk londinese non era poi uno spettacolo troppo inusuale, ma presentarsi allo stesso modo a cena in famiglia, nella nostra famiglia, quello era un altro discorso.
Mio padre era convinto che si drogasse, che qualche cattiva compagnia a scuola lo avesse traviato dalle camicie inamidate alle t-shirt bianche con il pacchetto di sigarette arrotolate in una manica. Ci si accorse troppo tardi quanto invece avesse influito semmai la poca attenzione che proprio lui concesse a mio fratello, alla poca voglia di capirlo e sostenerlo in un momento di difficoltà, forse sarebbe bastato andare in un campo di calcio a fare un paio di tiri ad un pallone. Invece capitò che una sera del maggio 1985, una volante della polizia intercettò mio fratello e un suo amico mentre aprivano una Ritmo per rubarla. Furono arrestati. Mio fratello raccontò che erano solo un po’ annoiati e avevano voglia di andare a fare un giro, insomma provare un’emozione nuova. Erano incensurati ed ebbero solo una lieve condanna che con la condizionale li lasciò a piede libero. Ma mio padre gli sbarrò la porta di casa, non valsero a nulla le suppliche di mia madre, così attraverso alcuni suoi amici gli fece recapitare la lettera-precetto per l’esercito. Mio fratello, che aveva goduto come me di trattamenti di favore per rinviare il servizio militare a data indeterminata, si ritrovò in partenza per una remota località friulana, nota per la sua caserma in stile punitivo.
- Vedrai se lì non ti raddrizzano, finalmente tornerai uomo!
Con queste parole mio padre congedò mio fratello Davide al suo destino.
Nelle settimane seguenti alla sua partenza per il Friuli mi arrivarono diverse lettere di mio fratello da cui scaturiva un forte malessere, una ansia esarcebata dal nonnismo che subiva in caserma. Mi raccontava che lo svegliavano di notte, facendolo letteralmente volare dalla branda, lo costringevano a rifare tutti i letti degli anziani, insultandolo e picchiandolo sulle spalle, puliva i cessi a mani nude, veniva rinchiuso negli armadietti che poi erano capovolti e fatti cadere a terra. Mi preoccupai, raccontai tutto a mio padre, che disse che era tipico di quei posti, che capitava a tutti, e che Davide era cresciuto troppo nella bambagia, ma ora si sarebbe svegliato. Purtroppo verso Ottobre ci arrivò la notizia di un suo mancato rientro in caserma dopo una serata in libera uscita. I carabinieri, che pensarono ad una sua fuga, lo cercarono in ogni dove. Ipotizzarono che avesse trovato il modo per raggiungere la Jugoslavia o l’Austria, o addirittura che fosse nascosto da qualche amico a Torino. Invece lo ritrovarono qualche settimana più tardi con il cranio fracassato in un dirupo poco lontano dalla caserma. Uno scherzo di un “nonno” andato male. La sera dopo il suo funerale mia madre andò a dormire nella sua camera e lasciò mio padre solo nella loro camera da letto per il resto della sua vita.

15 febbraio 2007

La memoria di un giorno
parte quinta
Era una mattina piuttosto calda, io e Lucia eravamo ancora alle prese con la sistemazione della casa, stavamo districandoci tra gli scatoloni, indecisi tra un divano da piazzare in salotto e un quadro di suo zio d’appendere in corridoio, con Adriano che dormiva beato nella culla accanto al nostro letto matrimoniale sfatto. Eliana suonò a sorpresa al nostro campanello, quando le aprii, la mia felicità si strozzò in gola quando mi accorsi delle rotondità inequivocabili del suo ventre. Mormorai appena un roco e confuso:
- Ma… ma Eliana, che è successo?
Mio figlio di due mesi dormiva a 10 metri da me, e io non avevo altro da dire. Dopo mi vergognai di non esser riuscito ad accogliere meglio mia sorella.
Tutti noi credevamo Eliana impegnata a lavorare come interprete centralinista in un albergo di Los Angeles, dove era sbarcata a gennaio, la sentivamo almeno una volta alla settimana, non ci aveva mai fatto capire niente di quello che le succedeva. Mi spiegò che infatti era così, almeno fino ad un paio di mesi prima, quando scoperse di essere incinta, poi vagò da alcuni amici, indecisa se abortire o no.
Io e Lucia la guardavamo imbarazzati, volevamo accarezzarla ma ci spiazzava il modo frammentario in cui raccontava i suoi accadimenti, poi una domanda ci premeva farle, senza trovare il coraggio di fargliela, ma lei ci anticipò:
- E poi… non so bene chi è il padre.
- Ma come? Come fai a non saperlo? – mi sconcertai io.
- E che ho avuto molte storie….
- Molte storie? Ma…
- No, non facevo la puttana, Ernesto, non preoccuparti, è che… insomma, a Los Angeles c’è molta libertà, artisti, gente che suona, sai com’è…
- No. Non so com’è…
Ed era vero. Lucia la conobbi solo qualche mese dopo la fine dell’obbligo di firma, in una biblioteca, me la presentarono amici, fu la prima ragazza con cui feci l’amore, anche se probabilmente, non fosse rimasta incinta un anno fa, io non l’avrei certo sposata così giovane e così vicino alla mia laurea, di sicuro il mio lavoro di collaboratore per una casa editrice non poteva certo dirsi remunerativo per permettersi anche una famiglia. E forse nelle parole che rivolsi a mia sorella c’era rabbia, preoccupazione ed anche un po’ d’invidia per la confessione di quella sua vita mondana, che io non ebbi mai.
- E comunque Ernesto, tu lo sai – continuò Eliana – io, non ho avuto mai molte attenzioni da parte dei ragazzi, non ho preso la bellezza di mamma, né la sua grazia, invece lì…. C’erano queste persone, con i loro loft, con i loro party, e i vestiti e poi… tutti curiosi di me, mi chiedevano se dipingessi o facessi l’attrice, e io dicevo di sì, mentivo, ma non troppo, perché…. ti ricordi,no? Ti ricordi che avevo fatto quel corso teatrale un paio di anni fa, dopo il diploma, quando non sapevo se andare all’Università o andare a lavorare, che poi avevamo fatto quella recita un po’ strana tutti vestiti di bianco, e io facevo le lancette di un’orologio ed ero invece vestita di nero, ti ricordi, no? Ecco lì a Los Angeles dicevo che cercavo la mia occasione ed intanto lavoravo in quell’albergo come traduttrice-telefonista, con quei turni assurdi, che poi di feste me ne ha fatte perdere tante, e io stavo bene, anche se mi spiaceva non essere venuta qui alla tua tesi, o al matrimonio, o alla nascita di Adriano, ma è che… avevo paura che se mi fossi allontanata da Los Angeles, poi al ritorno non avrei trovato più quella magia, insomma avevo paura di uscire dal giro….
Era tornata un sacco chiacchierona, anche se la mia rabbia un po’ cresceva, pari allo sbigottimento di trovarmi davanti la mia sorellina, una volta remissiva ed incerta, ora frequentatrice di altolocati giri della Pop-art americana. Gli chiesi:
- Beh, ma ora che pensi di fare?
- Ma, non so… il bambino devo tenerlo, ormai sono al quarto mese, potrei ritornare da mamma e papà, da loro c’è spazio anche per far crescere un bambino.
- Dico, ma credi che mamma e papà ti stiano aspettando a braccia aperte? Che ti dicano “Ah! Sei incinta? Toh guarda…. Vuoi l’insalata di riso stasera o preferisci del pesce?”, insomma credi che facciano finta di niente? Minimo gli piglia un accidente se ti vedono in questo stato!
- Beh allora? Mi ospitate voi?
Io e Lucia ci guardammo negli occhi, la casa non era piccola, Eliana poteva stare qui con noi per qualche settimana, ma poi?
Tacemmo a tutti il ritorno e la gravidanza di mia sorella per qualche giorno, poi invitai mio fratello Davide a casa con una scusa, appena la vide disse:
- Cazzzzzzooooo!
- Ma dai, manco mi saluti? – proruppe mia sorella.
Davide scuoteva la testa, era stato appena bocciato alla maturità, aveva fatto un sacco di assenze ingiustificate durante l’anno e andava in giro conciato come uno dei Clash con i Jeans sdruciti e le magliette bianche aderenti, i capelli impomatati sotto un basco rosso e gli stivali ai piedi. Decidemmo di tornare tutti e tre insieme dai nostri genitori quella sera, magari sarebbe stato più facile prenderli dal verso giusto, quale poi fosse non lo sapevamo neanche noi.
Ed infatti, quella sera a casa dei miei genitori, superato il primo atto di stupore per la nostra presenza, o meglio per quella di Eliana incinta tra me e Davide, mio padre esplose in un concitato attacco di collera, in cui ci urlò di tutto e di più, mentre mia madre rimase in silenzio con la bocca semiaperta, senza che un suono ne scaturisse.
Mio padre ad un certo punto inchiodò mia sorella con un:
- E si può sapere chi diavolo è il padre di questo bambino?
- Beh.. veramente – balbettò Eliana
- Il padre è uomo d’affari texano, ma che non vuole riconoscere il figlio, è già sposato. – intervenì io.
Eliana e Davide mi guardarono interrogativi, anche mio padre, che disse:
- Un uomo d’affari? Che uomo d’affari del menga!!! Ma io lo vado a scovare!!! Lo rovino!! Ha messo incinta mia figlia e poi non si prende le sue responsabilità….
- Papà è inutile, è un uomo potente, chissà magari si è già trasferito, magari è in Arizona – sparavo nomi di stati a caso, per impressionare il mio genitore – con quelli non si scherza..
- Sì, sì papà, era un uomo violento… ormai è andata così, perdonami, ma ora ho bisogno del tuo aiuto. – e detto ciò, Eliana si lasciò cadere su una sedia.
Mio padre ci guardò severo, non sapevo se stesse mangiando la foglia o meno. Avrebbe voluto ancora aggredirci verbalmente, metterci in contraddizione, picchiarci se avesse potuto, ma mia madre uscì dalla suo apparente choc, e preso per un braccio il marito, disse:
- Giovanni!! Nostra figlia ha bisogno di noi, pretendo che tu la smetta.
Poi guardando Eliana disse:
- Sapremo aiutarti, non temere. Avrei un bel bambino, sai.. io so come si fa.
- Anch’io. – dissi io.
Mio padre mi fulminò con lo sguardo, evidentemente provava risentimento per la mia paternità affrettata. Lo vidi avere un moto di rivalsa, forse avrebbe voluto avere lui l’ultima parola, quella sera, ma mia madre era già chinata amorevole e paziente sulla figlia, e mio padre desistette dai suoi propositi.
Alla fine andò come volle mia madre.

09 febbraio 2007

La memoria di un giorno
parte quarta
E comunque, rispetto alla mia disavventura che si risolse in un quattro mesi di arresti domiciliari e all’obbligo di firma per altri sei, di tutte le cazzate, quelle dei miei fratelli, furono di gran lunga più dirompenti per l’equilibrio psicofisico della mia famiglia,.
Tanto che quando mio padre morì un anno fa, molta gente, sommessamente e fuggevolmente, mormorarono che i dispiaceri dati dai figli gli furono più letali che il cancro alla prostata che lo consumò, almeno ufficialmente.
Mi misi in attesa di mia madre in corridoio, sapendola prossima ad uscire dalla camera da letto. Mi appoggiai al muro a braccia conserte, lei apparve con addosso l’abito da sera che indossava tanti anni fa quando accompagnava mio padre alle serate a teatro, era un abito ampio di seta nero, attorno ai fianchi compariva una sottile cintura di cuoio rosso, bordate di cornici di metallo, e intorno al collo una collana di grosse perle.
- Vado ancora un attimo in bagno.
- Ti sta bene ancora quel vestito.
- Non l’ho mai usato troppo, per fortuna è ancora abbastanza integro, ed è ancora uno dei pochi che sopportano i miei fianchi di nonna.
M’immaginavo la sua rapida toeletta, il solito passaggio tenue del rossetto e della cipria sulle guance, poi un ombretto celeste. Quando uscì dal bagno dimostrava ancora di essere una bella donna, nonostante gli anni e le peripezie.
Mi rimisi cappotto e sciarpa e scesi con mia madre in strada, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso il teatro.
Mentre guidavo mia madre mi chiese:
- Ma una telecamera ce l’avete? Sarebbe bello avere un ricordo della serata.
- Sicuro! Ci pensa Adriano, gliel’abbiamo giusto regalata una a Natale.
- Ma la sa già usare?
- Certo.
- Che ragazzo intelligente.
Non capivo come mai mia madre fosse sempre così sorpresa da quello che faceva il mio primogenito. Da piccolo, Adriano, è sempre stato un bambino introverso e poco incline a dare confidenza, quando era con i nonni sembrava addirittura riluttante a scambiare qualche chiacchiera con loro, mio padre diceva che aveva il mio stesso carattere, che quindi sarebbe stato presto fonte di grane.
- ….che dietro le acquee chete, chissà che si nasconde?
Soleva sempre dire, alludendo al nipote, e poi ci fissava tutti con uno sguardo che in realtà trasudava un rimprovero collettivo. Passò i suoi ultimi 26 anni a rimestare rancore per i suoi familiari, compresa la moglie che alla fine perdonava tutti e lo aiutava poco a vigilare sulla prole, dispensando un eccessivo filosofismo indolente.
A dire la verità gli toccava anche sorbirsi i biasimi dei suoi genitori, che finche furono vivi, lo accusavano di essere eccessivamente accondiscendente verso di noi, anche per via di un certa rigidità che provavano verso mia madre. Erano cattolici e piuttosto tradizionalisti, provavano ancora una certa avversione verso gli ebrei, erano stati educati ad individuarli come i carnefici di Gesù, e per questo i rapporti con l’altra mia nonna, Miriam Levi, furono del tutto inesistenti o quasi. Mio padre forse era stato così rimpinzato dalla loro dottrina, che provò una certa repulsione verso la religione nella sua vita, divenne un moderato anticlericale, votava repubblicano o liberale a seconda di come gli girava, gli ultimi anni forse per Pannella&Bonino. Mio padre era sommariamente una persona complessa, ci teneva che apparissimo come persone colte, educate, eleganti, anche ambiziose, ci teneva al sogno di scalare la posizione sociale. Ma mostrava molta rigidità per arrivare al suo scopo. Tuttosommato aveva umili origini, era figlio di un manutentore delle ferrovie, Fredo Quaglino, e di una casalinga, Mariuccia Bianco, quest’ultima analfabeta e immersa perennemente nelle trasmissioni radio vaticane. Voleva diventare qualcosa di più. Lavorava alacremente, cercava di farsi sempre notare dalle alte sfere della sua banca, anche quando era fuori dal contesto lavorativo, perciò aveva messo su una bella famiglia insieme a quella presenza così signorile di mia madre, elegante e raffinata, anche umile, doveva portargli lustro non certo offuscarlo. Era al suo braccio in tutti i momenti ufficiali della sua carriera, di tanto in tanto anche con la presenza di noi figli, in un incantevole quadretto genuinamente borghese.
I miei genitori si erano conosciuti quando mio padre era prossimo alla partenza per il servizio militare. Li presentò un amico di mio padre, poiché mia madre era compagna di scuola della sorella di costui. Non raccontarono molto di quei tempi, sapevamo appena che si scrivevano lunghe lettere e che appena mio padre era in licenza si vedevano per bere un caffè in centro. Si sposarono che mia madre era appena diplomata, le sarebbe piaciuto lavorare, voleva fare la maestra, ma rimase incinta appena dopo il matrimonio, così rimase moglie e madre per il resto della vita, senza altre alternative.
Ed infondo andò tutto ben fino al mio arresto. Quell’episodio bloccò l’ascesa sociale di mio padre. Fu visto con sguardo inesorabile da quella società da cui smaniava di farsi accettare, le porte si chiusero e rimase vicedirettore di filiale a vita, per’altro sempre nello stesso posto, un’agenzia in una via interna di un quartiere popolare di Torino, ai bordi dell’Impero. Eppure Gianluca Fornasari era figlio di un imprenditore edile, Patrizio Cera era il rampollo di una famiglia che gestiva una società editrice e Olga Viarengo era la secondogenita di un dirigente del Psi e di una gallerista. Ma le loro famiglie non subirono disapprovazioni e bandi. Venne fuori che erano buoni ragazzi traviati dal figlio di un figlio di un manutentore delle ferrovie, gente che non sa stare a tavola, beve vino insipido, si veste con camicie comprate a Porta Palazzo e usa il pullman. Se lo fossimo stati veramente forse ci saremmo divertiti di più.
Eppure, personalmente, ce la misi tutta per riabilitarmi dopo l’accaduto, e a rientrare nei binari di quella decenza che mio padre urlava perduta ai quattro venti. Nella primavera di poco più di cinque anni dopo mi laureai in storia antica, mi sposai con Lucia, che conobbi in una libreria dove lavorava, e nacque Adriano, tutto nel giro di pochi mesi, ai miei non sembrò vero che la normalità rientrava a far parte della quotidianità della famiglia.
Ed infatti a Luglio del 1983 mia sorella Eliana tornò a casa dagli Stati Uniti incinta, ma non sapeva chi era il padre.

05 febbraio 2007

La memoria di un giorno
parte terza
Erano i miei primi anni dell’Università. Erano anni d’impegno politico. Erano anni in cui non credevi ci fosse altra soluzione che la rivoluzione per sentirsi parte del cambiamento del mondo. Era il 1977. Era una mattina di fine novembre, ed eravamo io, e i miei compagni di corso Gianluca Fornasari, Patrizio Cera e la sua ragazza Olga Viarengo, facevamo parte di una cellula studentesca di un organizzazione che si chiamava “Popolo Operaio per la Rivoluzione”, ora viene da sorridere sapendo che nessuno di noi era mai stato in una fabbrica, né ci avrebbe mai messo piede neanche in seguito. Eravamo figli della medio – buona borghesia, ascoltavamo gli Area e leggevamo giornalini ciclostilati con poesie e fumetti suburbani, partecipavamo alle assemblee politiche nelle aule dell’Università, fummo avvicinati da alcuni attivisti di questo movimento della galassia extraparlamentare, venivano da Milano, si dicevano leninisti e vicini alle esperienze vietnamite, dichiarazioni come tante se ne sentivano in quegli anni. Facevamo volantinaggi davanti all’Università e a fabbriche durante i cambi turni, ci davano da leggere opuscoli sui piani quinquennali in Unione Sovietica, organizzavamo, in cantine di case si alcuni di noi, proiezioni di documentari in super 8 girati a Parigi durante il maggio francese del ‘68, a cui seguivano riunioni e discussioni sul livello di autonomia dell’agire politico del nostro gruppo di fronte al crescente movimento rivoluzionario. Ma la mattina del 16 novembre le Brigate Rosse spararono quattro colpi di pistola contro il vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno, che morirà dodici giorni dopo. Il clima già teso si fece tesissimo. Anche per il nostro sparuto gruppo. Quella mattina eravamo alla stazione di Porta Nuova che distribuivamo volantini in cui denunciavamo che la morte in carcere, in Germania, dei componenti della “Rote Armee Fraktion” fossero in verità omicidi camuffati da suicidi. Una cosa già fatta e rifatta. Cominciava anche ad essere noioso, ero anche più tediato dei pendolari che incrociavo davanti ai binari e a cui tendevo indolente ed infreddolito il foglio ciclostilato. Ad un certo punto fui scosso da alcune urle alle mie spalle, mi girai e vidi Patrizio Cera avvinghiato furiosamente ad un ferroviere, mentre Olga era per terra tra i fogli sparsi, che si teneva la bocca che sanguinava copiosamente; io e Gianluca ci catapultammo sui due per dividerli, quando il ferroviere si liberò dalla morsa di Patrizio notai che portava sul bavero una spillina del Movimento Sociale, capii allora che fosse una trappola ed infatti dopo brevissimi attimi arrivarono gli agenti della Polizia Ferroviaria che ci ammanettarono rapidamente e ci portarono fuori dalla stazione dal lato di Via Sacchi, ci fecero sedere per terra, Olga piangeva e il sangue stava inzuppandogli la sciarpa giallognola che portava al collo, avevo Patrizio accanto che respirava torbido come un toro pronto alla carica, gli chiesi:
- Ma che cazzo stavi combinando?
Lui mi guardò imbufalito e rispose che era intervenuto a difendere Olga su cui si era avventato quel ferroviere fascista.
Dopo una mezz’ora arrivò un cellulare dove fummo caricati senza buone maniere e portati in questura, lì fummo accusati di aver malmenato noi quel ferroviere, e di aver distribuito materiale insurrezionalista. Il poliziotto che c’interrogava, uno a uno a turno, era un uomo sui quarant’anni, con i capelli radi ed un completo beige. Aveva una voce roca e ci trattava come bambini viziati a cui piace giocare con le idee e gli slogan. Mentre m’interrogava entrò un agente che lo apostrofò dicendogli:
- Ispettore Jona, le vuole parlare il commissario Grandis.
- Sto interrogando, arrivo tra un quarto d’ora.
- Ma il commissario…
- Aspetterà un quarto d’ora!
- Allora io….
- Le dica quel che vuole.
- Va bene ispettore Jona.
Ispettore Emilio Jona. Avrebbe dovuto dirmi qualcosa quel nome. Passammo tre giorni alle Carceri Nuove, senza sapere quello che ci sarebbe capitato. Intanto “La Stampa” puntava il dito su di noi come emuli degli assassini di Casalegno. Poi ci riportarono di nuovo in questura ed io mi ritrovai un'altra volta davanti Jona. Questa volta aveva un’aria che trovai stranamente rilassata. Mi fece sedere davanti alla sua scrivania, eravamo soli, mi guardò profondamente, poi accese una sigaretta e mi disse:
- Ho parlato con tua madre.
Fui colto da sgomento. Cosa centrava mia madre? Avevano forse interrogato anche lei, la credevano una fiancheggiatrice delle BR? Magari con mio padre bancario e i miei fratelli studenti delle superiori? Lui colse il mio silenzio come un’espressione di smarrimento, e mi disse:
- Conosco bene tua madre e tua nonna Miriam Levi. Sono tornati da Auschwitz insieme a mio padre e mia zio. Hanno diviso insieme il viaggio di ritorno. Fino a che tua madre non si sposò ci facevamo visita piuttosto regolarmente.
Io non riuscii che a rispondere che con un banale e striminzito:
- Ah sì… certo.
Mi ricordai che mia nonna parlava spesso di un tale Beniamino Jona che la veniva spesso a trovare, lo descriveva come un imperterrito scapolo, molto audace, ma era chiaro che nonostante si prendesse in giro per non essere più giovane ne era lusingata dal corteggio. Forse era lo zio dell’ispettore, che mi disse:
- Tua madre è stata molto convincente. Mi ha cercato, dice che sei un bravo ragazzo, che ti sei solo fatto un po’ distrarre dal clima che c’è…lo so, lo so… Siete solo dei piccoli animali acquatici che non si accorgono di nuotare accanto a dei pescecani cento volte più grossi di loro.
- Quindi ci libererete? – azzardai io.
- Al tempo! – mi mortificò Jona – non prima che tu ci dica un paio di cose.
- Io?
- Certo, conosci o non conosci Luigi Bosio?
Lo conoscevo, eccome. Era il responsabile di un gruppuscolo di studenti e lavoratori, più grandi, che partecipavano di tanto in tanto alle nostre riunioni. Facevano discorsi molto spinti, dicevano che avremmo dovuto prendere contatti con Prima Linea, noi tendevamo a isolarli nelle discussioni.
- Ma che volete sapere?
- Voglio sapere i suoi contatti, da chi è formato il suo nucleo, nomi ed indirizzi.
La spia. Ecco quello che avrei dovuto fare. Qualche nome ed indirizzo lo sapevo, ma mi vergognavo ad aprire bocca.
- Ma perché dovrei dirveli io?
- Mi sembri più sveglio dei tuoi amici. Ed anche quello più stanco di fare volantinaggi e guardare qualche filmaccio sulla vita di Ho-Chi-Min, vero? A te magari piacerebbe passare qualche serata in compagnia di qualche tua compagna di corso, andare ballare con tuoi amici, ti capisco sai…
Ci vedeva giusto. Cercavo di guardare altrove.
- Ma chi mi dice che poi ci liberete senza che niente fosse?
- Una scazzottata tra voi ed un ferroviere fascista? Due volantini? Se collabori stasera dormi nella tua cameretta e ti fai dare il bacio della buona notte da tua madre, il ferroviere non ha ancora sporto denuncia.
- Beh, allora che rischierei io?
- Ho detto che il ferroviere non ha “ancora” fatto denuncia…. E magari potrebbe saltare fuori un bel coltello, ne abbiamo giusto trovato uno vicino al binario dove eravate a fare volantinaggio. Finche non capiamo come c’è finito lì magari ci mettiamo giorni, mesi, e non possiamo mica lasciarvi andare troppo in giro. Mi pare che la tua amica Olga patisca particolarmente la cella, sai che non ha mai chiuso occhio finora? Piange, piange e piange…
Lo guardai qualche minuto, lui mi aspettò paziente. Gli dissi quello che voleva sapere.
Emilio Jona segnò nomi ed indirizzi su un foglietto, poi disse:
- Avevo promesso a tua madre che col mio interessamento saresti uscito subito.
E così la sera mi ritrovai a casa mia, con i miei genitori ed i miei fratelli intorno alla tavola. C’era il polpettone e mia madre ripeteva:
- Proprio una brava persona, quell’Emilio Jona, proprio una brava persona.
Quattro anni fa mi capitò di leggere sul giornale che un funzionario di polizia era stato arrestato per sfruttamento della prostituzione ad Ancona. Era Emilio Jona.

31 gennaio 2007

La memoria di un giorno
parte seconda
Mia madre si ritirò in camera da letto, da dove la sentii affaccendarsi con le porte dell’armadio. Io mi sedetti su una sedia del soggiorno. Mi sbottonai e mi liberai del cappotto, spiegai la sciarpa di satin che mia moglie mi aveva regalato un paio di compleanni prima, posai tutto sul tavolino accanto alla poltrona dove prima riposava mia madre.
Era dal pomeriggio che avvertivo addosso una certa inquietudine; forse era dovuto al fatto che la sera avrei assistito alla recita scolastica di mia figlia Marta. Aveva tredici anni, ma già da allora ci dava prova di tanta curiosità che la permaneva e che sembrava guidarla come una piccola lucertola, ci riempiva di domande e ascoltava le nostre risposte con una inclinazione leggermente severa nello sguardo, quasi come se volesse metterci alla prova, come se in realtà era ben a conoscenza se eravamo in grado o meno di darle una risposta adeguata.
Ed era anche intraprendente e propositiva. Era stata lei a proporre alla sua classe di preparare una recita sulla liberazione di Auschwitz. Un pomeriggio tornò a casa e disse a mia moglie, Lucia, che aveva suggerito questa cosa durante una lezione d’Italiano e la sua professoressa ne era rimasta entusiasta, come i suoi compagni, e che ora avrebbero scelto un testo adatto, poi avrebbero coinvolto anche l’insegnante di musica e quella di Arte, avrebbero allestito degli essenziali fondali, e che verso gennaio sarebbero stati pronti a esibirsi. Ovviamente aveva pensato che fosse opportuno che anche sua nonna Marta Jenner sarebbe dovuta essere presente. Ma feci in modo che l’invito che mia figlia volesse fare a mia madre fosse tenuto, per così dire, congelato per qualche tempo. Mio padre ci aveva lasciato da poco e vedevo mia madre comportarsi in maniera strana, quotidianamente era come assorta, come se avesse iniziato un dialogo mentale con qualche presenza non visibile. A volte mi preoccupavo perché ci metteva molto a rispondere al telefono se la chiamavo, altre volte le vicine mi fermavano per dirmi che le tapparelle di casa rimanevano chiuse tutte il giorno e non udivano né passi, né altri suoni o rumori provenire dall’alloggio, nemmeno della tv che mia madre ascoltava di norma ad alto volume perché non sentiva bene da un orecchio.
Poi, un paio di settimane fa, andammo tutti a trovarla di domenica. Marta bambina iniziò a ghermire la Marta nonna, le accarezzava le mani, le allargava il caftano spiegazzato, cercava di scoprirsi negli occhi della nonna, io e Lucia cercavamo blandamente e fintamente di riprenderla, mentre l'altro mio figlio Adriano si rimpinzava di biscotti al cioccolato che rubava dalla scatola di latta che mia madre teneva al centro del tavolo in soggiorno, alla fine Marta piccola le disse la cosa della recita, mia madre ebbe un moto d’interdizione, poi annuì e disse semplicemente:
- Verrò.
Mia madre aveva avuto sempre un modo rapido e sbrigativo per liquidare quel passaggio della sua vita. L’internamento nel lager. In fondo era una bambina di cinque-sei anni al momento dei fatti. Non lo nascose, e comunque anche se lo avesse fatto, non sarebbe cambiato molto per me e i miei fratelli, lei non ci diceva e noi non chiedevamo, anche perché nostro padre ci reguardiva nel farlo. Ci diceva:
- Lasciatela tranquilla! Ha sofferto molto… la fareste stare male. Volete far stare male la mamma che vi ama tanto?
Certo che non volevamo. Almeno fino a quando siamo stati bambini.
Io ero il fratello maggiore, mia sorella Eliana era nata dopo due anni da, mentre Davide era il più piccolo.
Eravamo una famiglia piuttosto regolare, padre lavoratore, madre casalinga, figli studenti, la settimana passata in casa tra pranzi, cene, libri, compiti, discussioni di politica tra i miei genitori in periodo elettorale, lavatrici che girano, ferri da stiro che sbuffano, turni per andare in bagno al mattino, spese al mercato, vestiti che io ereditavo da mio cugino Gianluca e che dopo un tre anni passavano a mio fratello, sabati pomeriggi passati a passeggiare in centro in via Garibaldi o Via Roma, domeniche mattine a trovare in alternanza mia nonna Miriam Levi o i nonni Quaglino, le vacanze passate in Liguria ad Albenga, due settimane in pensione; frequentavamo poco la chiesa, visto che mia madre era ebrea e comunque mio padre aveva sentimenti tiepidi verso la religione, ma noi bimbi eravamo comunque battezzati,arrivando a fare anche la prima comunione e la cresima.
Poi crescemmo, ed iniziarono quelle che mia madre chiamò “le sciagurate beatitudini dei miei figli”.

27 gennaio 2007

La memoria di un giorno
Prima parte


Lo scatto della serratura schiusa dal movimento della chiave nella toppa aveva provocato un rumore sordo che aveva rimbombato grave nel pianerottolo in un modo che non ricordavo. Entrai nell’appartamento dove mi accolse una penombra di cui comunque avevo dimestichezza. Mia madre teneva le persiane quasi sempre abbassate per metà nel pomeriggio. La chiamai con la voce roca che mi aveva regalato l’essere sorpreso fin da quella mattina dalla pioggerellina che cadeva fitta su Torino.
- Mamma?
Non ebbi risposta, almeno non subito, ma avvertii l’inconfondibile fruscio del corpo di mia madre che sfregava contro i versanti della poltrona in soggiorno. Attraversai il corridoio e mi affacciai. Mia madre si strava stropicciando il viso con il palmo della mano aperta. Rimasi fermo appoggiandomi con la spalla al muro coperta dalla carta da parati a motivi floreali che mio padre odiava tanto.
Mia madre sbadigliò, aprì e chiuse gli occhi in una rapida sequenza ripetuta un paio di volte, poi mi fissò, per un secondo circa, come se mi vedesse la prima volta, poi assunse un’espressione di gran dignità e finalmente disse:
- Oh ciao Ernesto.
- I miei omaggi signora.
- Oh la signora è tua moglie, io non ho mai avuto l’aspetto di una dama, magari di una brava sposa, quello è stato il mio massimo grado nella società.
Mentiva spudoratamente. Se c’era una donna nel condominio che poteva lontanamente assomigliare ad una figurina delle sfilate parigine quella era mia madre, pur non essendo alta aveva una fisico asciutto e dei bei capelli neri e lisci che teneva sempre legati in una leggera crocchia. Il naso semita scendeva verticale a dividere il suo volto levigato e bianco. Le tre gravidanze portarono il ventre e i fianchi a farsi ampi, ma solo dopo i quarant’anni inoltrati. Aveva un’eleganza sobria, da brava donna della media borghesia. Senza il gusto per l’eccentrico, ma per il buon taglio dei vestiti di pregiata foggia. La moglie di un impiegato di banca, poi vicedirettore di filiale. Mio padre Giovanni.
- A che ora è la recita di Marta?
- Alle 20 e 30.
- Che ora è adesso?
- Le 19
- Mi dovrò iniziare a vestire.
- Stai tranquilla ci mettiamo una ventina di minuti ad arrivare.
- Magari c’è traffico.
- Tutto calcolato, se partiamo per le 19 e 45 siamo alla scuola di Marta anche per le 20 e 10, operazioni di parcheggio comprese, quanto ci vuoi mettere a vestirti, un’ora?
- Magari un’ora no… ma dammi un quarto d’ora, una mezz’ora al massimo, vedi manca poco.
- Semmai, hai mangiato?
- Non ho fame.
Si alzò dalla poltrona e si mise in piedi, passò le mani sul caftano blu scuro che indossava, poi si diresse alla tapparella del soggiorno e la tirò su, scostando le tende si mise ad osservare il cortile del condominio in cui i particolari di pareti, angoli, finestre, balconi, ringhiere, garage, tetti, vetrate, comignoli si smarrivano nell’imbrunire del giorno.
Le arrivai di fianco, notai il suo profilo corrucciato in una espressione interrogativa.
Le chiesi:
- Tutto bene mamma? Te la senti di uscire?
Lei si voltò e con un gran respiro, rispose:
- Sì, certo. È che… è un periodo…
- Non è che ti disturbi vedere lo spettacolo?
Mia madre si allontanò da me e dalla portafinestra del balcone. Fece un paio di passi nel soggiorno, poi agitò la mano destra vicino alla testa, come in un gesto teatrale di saluto. Si voltò e mi disse:
- Sai non ci avevo mai pensato molto da quando ero tornata da Auschwitz.
- Lo so, non ne parli mai. Capisco, sai…
- Ma se non né ho mai parlato di cosa vuoi capire?
Fui colto in contropiede, non riconoscevo in lei quella particolare insofferenza. Forse avevo fatto una gaffes.
- Sono tornata a Torino che era l’inizio del ’46. la guerra qui era finita da nove mesi. Ma era un’anno che avevo lasciato il lager. Io e mia madre ci mettemmo mesi per capire in che recondito angolo d’Europa ci avevano sbattute, adesso ci puoi andare anche in un giorno lì, ma nel ’45, la guerra aveva distrutto le vie di comunicazione e ….
- Sì, certo, lo so ho letto “la Tregua” di Primo Levi, la sua Odissea, anche lui tornò a casa dopo peripezie e un giro fino a Russia, Ucraina e Romania..
Mia madre mi fulminò severa. In quarantacinque anni era la prima volta che mi stava parlando della sua esperienza ad Auschwitz, ed io non trovavo di meglio che fare il “professorino”. Proprio come mi chiamava a volte mio figlio Adriano.
- No, scusa, mamma… hai ragione, vai avanti…
Lei scosse un po’ la testa, e disse:
- Vado a vestirmi, parliamo dopo.

24 gennaio 2007

Quando lavorare è come andare in guerra.
Le guerre, si sa, causano migliaia di morti, anche decine di migliaia, anche centinaia di migliaia.
Ormai le notizie che ci giungono dal medio Oriente sono così uguali a se stesse che sembra che ad esplodere sia sempre la stessa macchina piena di tritolo, sempre lo stesso kamikaze sullo stesso bus, sempre la stessa raffica di mitra sullo stesso capannello di uomini alla ricerca di un lavoro, sempre lo stesso razzo sullo stesso mercato, sempre la stessa imboscata allo stesso plotone in ricognizione, sempre la stessa operazione di ricerca terroristi nella stessa casa di civili inermi.
Da qui l’odore della guerra non arriva. Ho letto che è un odore che sa di merda e sangue. No, sta male farlo arrivare fin qui. Noi abbiamo già troppo da fare con le targhe alterne e le polveri sottili per permetterci di vedere ed annusare la guerra.
Certo è che certi numeri fanno pensare che anche qui da noi serpeggiano scenari militareschi, operazioni autoritarie, battaglie di civiltà e/o per avamposti petroliferi. Almeno è quello che si potrebbe desumere se si sapesse che in Italia, nei primi 9 mesi del 2006, ci sono stati 1141 decessi che si possono legare ad una determinata causa violenta. Che però non è la guerra. Mi riferisco in realtà al numero di morti bianche sul luogo di lavoro. I dati sono forniti dall’Anmil (Associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro) che alla vigilia della Seconda Giornata nazionale della sicurezza del lavoro presenta un rapporto da cui emerge infatti un aumento del due per cento delle morti bianche nell'industria e nei servizi, settori dove si contano il 90 per cento degli incidenti.
La maglia nera per le morti bianche nei primi mesi del 2006 va al Nord Ovest: 326 vittime contro le 296 dello stesso periodo del 2005. Nel dettaglio, la Lombardia conta 206 vittime, seguita dal Veneto (108) e dall'Emilia Romagna (109). In Campania si sono registrate 63 morti bianche, in Sicilia 70 ma - precisa l'Anmil - si tratta di numeri che si riferiscono solo ai casi denunciati. Se si potesse contare anche il sommerso, che al Sud supera in molti casi il lavoro regolare, la realtà fotografata sarebbe ancora più agghiacciante.
Accanto al lungo elenco delle morti bianche, uno ancora più lungo, che allarma l'Anmil: quello delle tantissime vittime di infortuni "meno gravi". Nei primi nove mesi del 2006 se ne sono registrati in tutto 865.204, di cui 780.675 nell'industria, commercio e servizi.
Tutte queste migliaia di lavoratori infortunati hanno diritto ad indennizzi molto più bassi rispetto al passato. E questo, dice l'Anmil, in seguito alla normativa che ha introdotto il danno biologico e che, paradossalmente, ha peggiorato gli indennizzi ai lavoratori infortunati. Per esempio, un lavoratore infortunato che perde tutte le dita della mano destra, nel caso abbia moglie, un figlio a carico e una retribuzione superiore alla media, percepisce il 14,33% di rendita in meno (2.440 euro l'anno) rispetto al regime precedente al decreto del 2000. La differenza in negativo sale al 62% in caso di perdita del dito mignolo, al 40% per sordità completa unilaterale, e al 26% in caso di perdita del pollice sinistro e del primo metacarpo.
Nel frattempo, l'avanzo di gestione dell'Inail continua ad aumentare a ritmi di due miliardi e mezzo l'anno ed ammonta attualmente a 12 miliardi. Per l'Anmil, i risparmi sulle prestazioni erogate in favore degli invalidi del lavoro e il surplus di risorse provenienti dai premi assicurativi non sono stati indirizzati al miglioramento delle prestazioni per grandi invalidità e per quelle permanenti. Per questo motivo, andrebbe aperto un tavolo con le forze sociali per affrontare "in modo serio" il problema della tutela delle vittime degli incidenti e delle malattie professionali.
Ora, dico io, adesso che finalmente un presidente della Repubblica ha riconosciuto in un discorso di Capodanno che il problema del lavoro esiste anche in termini di sicurezza della salute e non solo in sicurezza nel trovarselo e tenerselo, non sarebbe il caso di risparmiare un po’ in spese militari, magari andandosene dall’Afghanistan, e investire un po’ di più in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro, magari sviluppando la stessa industria che crea sistemi per rendere privo di pericoli l’effettuare un mestiere?
Certo se poi i miei colleghi la smettessero di salire sui tavolini per attaccare al soffitto i festoni creati nel laboratorio di arte dai miei utenti, magari si risparmia anche qualche euro sugli indennizzi per infortuni e la finanziaria è più leggera.

20 gennaio 2007

Tira una brutta aria.
Ieri a Torino è stata una bellissima giornata di maggio.
Sole, vento caldo di phon, luce, belle ragazze camminavano sorridenti in centro, magari consumando un bel gelato al cioccolato e amarena, da ogni borsetta spuntava una bottiglietta d’acqua, è naturale che mi venisse una gran voglia di farmi un aperitivo in un dehors di un bar o di correre a casa a gonfiare le ruote della bici per farmi un giro, magari lungo corso Casale, risalendo il Po da Piazza Gran Madre, costeggiare i Murazzi e poi il Borgo medievale, la precollina, puntare poi per Cavoretto e raggiungere il Parco Europa, stendersi su un prato con la schiena madida di salute e le tempie che battono veloci e regolari.
Ma non siamo a maggio, è gennaio. E c’erano 25°, quando invece dovrebbero essercene si e no un paio. Così invece di sentire piacevole questo tepore, mi è venuta una gran paura di questo tempo pazzo. Ma è poi veramente pazzo? O è stato fatto impazzire dalla mano dell’uomo?
L’Europa del Nord è devastata dal ciclone “Kyrill” che ha finora causato 44 morti e diversi problemi di ordine pubblico, nonché danni a cose e abitazioni. Nei tg si affollano meterologhi che spiegano e commentano le correnti ascendenti e direzionali che vorticano sul Continente. Ma servono a spiegare perché nelle grondaie delle nostre case nidificano gli Ibis che sono uccelli Africani e non si sono mai visti in Europa se non importati in gabbiette da trafficanti di animali esotici?
Tutto va un po’ alla rovescia, tutto può indurre a sentirsi smarriti.
In fondo è capitato anche l’altro giorno a Genova, durante l’udienza del processo per i fatti della caserma Diaz, dove al tavolo degli imputati ci sono 29 agenti e funzionari di Polizia che fecero irruzione nella scuola dormitorio la notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 durante il G8 di Genova (93 persone picchiate e arrestate e poi prosciolte dai giudici e divenute parte offesa). Tutti sono accusati, a vario titolo, di lesioni gravi, violenza privata, danneggiamenti, perquisizione arbitraria, percosse. Ma anche di falsità ideologica, calunnia per aver orchestrato il ritrovamento nella scuola adibita a dormitorio di due bombe molotov e di aver "preconfezionato" l´accoltellamento di un’agente. Il tutto allo scopo di giustificare in qualche modo il blitz e la mattanza che ne è seguita. Ma durante il dibattito di mercoledì scorso è saltata sù una sorpresa allarmante: le molotov in questione non ci sono più. Non si trovano in Questura, anzi risultano ancora repertate nel fascicolo contro i ragazzi e le ragazze aggredite all’interno della scuola Diaz e non in quello del processo in corso. Dato che le molotov non si trovano il tribunale ha ordinato che non potranno essere ascoltate le testimonianze relative alle bottiglie incendiarie fintanto che queste non saranno ritrovate. Il processo proseguirà con l’escussione di testi non collegati al ritrovamento delle molotov. Ora le ricerche proseguiranno, ma fintanto che non saranno trovate le bottiglie incendiarie il processo rimarrà congelato nella sua parte più delicata. Senza contare il fatto che per alcuni reati c’è il rischio prescrizione. «Le fotografie di un oggetto - ha commentato l’avv. Alfredo Biondi, difensore del vicequestore Pietro Troiani - non possono sostituire l’oggetto corpo del reato, che deve essere materialmente riconosciuto». E dal supporto legale alle vittime della violenza del G8 già s’ironizza amaramente che le molotov siano finite nella scatola nera di Ustica.
Ora visto che le molotov in questione erano prove a carico di Polizia, non c’era modo di conservarle in un luogo diverso che da una questura? Un po’ come se le prove a carico nei processi contro Berlusconi vengano conservate nella villa di Arcore. Ma la prassi giuridica immagino sia tale che la questura sia il luogo deputato ad accogliere certi elementi di un processo, anche in quelli che vedono coinvolti poliziotti; certo è che qualcuno si sarebbe dovuto accorgere che non parliamo di Montalbano…. minchia!! Sento parlare che ora sia ineludibile il varo di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle questioni del G8. Ma risolverà qualcosa? Ricordo che altre memorabili commissioni d’inchiesta diedero risultati scialbi, buoni solo a lavarsi la coscienza come nel caso della tragedia del Vajont nel 1963.
Per la coscienza civile di questo paese tira davvero una brutta aria, e questa volta i meterologhi non bastano a spiegare che correnti ci siano in ballo.

16 gennaio 2007

Aria di casa mia

Se ci si affaccia dal balcone di casa mia si possono vedere chiaramente una varietà di cose interessanti: una corona di montagne a volte grigie e a volte marroncine (saltuariamente con la cima spizzicata dalla neve), Corso Grosseto con la sua sopraelevata ricca di traffico scorrevole, un orto abusivo, una stazione di servizio in costruzione, un cortile con un graffito votivo alla Madonna (ma il muro appartiene ad un bassofabbricato dove c’è un pornoshop!!), capannoni aziendali, solidi condomini in direzione del centro (alla mia sinistra) e casette ad un paio di piani in direzione periferia (alla mia destra), molto cielo terso, scorci del supermercato all’ingrosso della Metro, e se ti sforzi, verso est, ad un paio di km, vedi sorgere una massicciata brulla, dove, di giorno, tutto intorno volteggiano vispi uccelli simili a gabbiani (un gabbiano alla periferia di Torino? Ma va….) e alla sera invece scorgi dei fuochi (riti satanici? Acqua….). Ecco quella è la discarica Amiat di Basse di Stura, che deve il suo nome ad un fiumiciattolo che passa lì vicino e che si chiama, appunto Stura. Dove cento anni fa le massaie ci lavavano i panni, ed ora si condensano gli scagazzanti scarichi di mezza città e di diverse aziende limitrofe. Fra le quali la Rockwood. Questo stabilimento, che da lavoro a un 200 miei concittadini, è la sede di una filiale di una multinazionale americana leader nella produzione di pigmenti per vernici. Così è capitato che alcuni tecnici mandati dall’ASL 1 hanno riscontrato la «visibilità» di polveri di color rosso nel raggio di 400 metri dai reparti di lavorazione, quindi al di là dell’area occupata dalla fabbrica nel loro mirino.
A Torino abbiamo anche un Procuratore Aggiunto, scassamarroni, che si chiama Raffaele Guariniello, come avrete capito non è un puro subalpino di stirpe sabauda, quindi c’è sempre un sacco di gente che ce la su con lui perché non si fa i cazzi suoi, che andasse a Catania a fare le inchieste e non rompesse le piemontesissime scatole qui, che noi si paga le tasse per “Roma ladrona” come dice Borghezio (uno che di civiltà s’intende come io di fisica quantistica). Ebbene la Asl a chi va a dare il suo rapporto sulla zona di basse di Stura, ma proprio a Guariniello! Risultato: l’apertura di un nuovo fascicolo giudiziario, si andrà a fondo sugli eventuali effetti di quelle polveri sulla salute di lavoratori e cittadini che vivono nei palazzi vicini all’azienda.
Ma che sarà mai un po’ di polverina rossa nell’aria! Orsù bisogna dare colore alla vita!
Certo, ma se sta cacchio di polverina, anzi pigmento per le vernici, è prodotta utilizzando ossidi di ferro, solfocromati e piombo, a me qualche sudorino mi viene. Guarda caso uno studio epidemiologico, sempre della Asl, rileva nella zona delle Basse di Stura una maggiore incidenza di patologie respiratorie - anche tumorali - nella popolazione, bambini compresi, tra i fattori, oltre allo stile di vita (scarsa prevenzione, fumo, alcol) c’è anche il pesante inquinamento ambientale. Sulla sponda sinistra dello Stura, come detto c’è la simpatica discarica Amiat con i suoi gabbiani satanisti, a destra industrie inquinanti e, sino a poco tempo fa, l’inceneritore della Sardinia.
Ora mi dico: la politica è fatta di gente seria, adesso vedi come si faranno sentire in Provincia! Ed infatti, un consigliere DS, puntualizza che “Sono state decise contromisure, applicati filtri e pannelli per nascondere lo stabilimento alla vista di chi proviene dall’aeroporto”. Bella roba! Io rischio di beccarmi un tumore perché sono circondato da discariche e fabbriche inquinanti e voi vi preoccupate se un passeggero di un aereo in atterraggio magari si scandalizza alla vista di un inestetico capannone! Con il rischio che il suddetto passeggero è anche un “bauscia” e poi dice che Torino è un sacco sempliciotta… e no! Che poi Chiamparino (sindaco di Torino) se la prende a male!
E alla Rockwood che fanno? Intendono porre la questione dell’occupazione prevalente rispetto a quella ambientale. Che per quei lavoratori magari farà piacere sapere che non si profilano licenziamenti o chiusure o ricollocazioni dello stabilimento, ma insomma i polmoni sono anche i loro, e le cronache di Porto Marghera magari dovrebbero insegnare qualcosa…
Poi mica mi aspetto miracoli io dalla Rockwood… insomma loro sonno americani, mica l’hanno firmato il protocollo di Kyoto… ma se devo portare la maschera antigas per buttare il sacchetto di rifiuti organici (perché nella mia zona si fa una rigorosa raccolta differenziata porta a porta!), beh… magari potevate dirmelo prima di aprire un mutuo!

12 gennaio 2007

La memoria di te

Da quanto tempo sei con me
senza saperlo.
Da quante primavere mi sussurri la tua tenerezza
senza saperlo.
Da quante lune fai l’amore con me
senza saperlo.
Da quanti passi mi mostri gli scorci di questa città
senza saperlo.
E non sei concreta, non lo sei più per me.
Sei odore di bosco che non vuol lasciare il mio ricordo
sei curiosità che mi misura l’anima e non se ne va.
Mi ritrovi ogni tanto nei tuoi pensieri?
O io solo coltivo la memoria di te,
della nostra musica,
dei nostri corpi quieti dopo il sussulto della passione,
delle nostre parole regalate come perle sopra i tetti
di una città sbigottita e senza guida.
Io solo ricordo i nostri sapori giovani ed aspri?
O passeggiando per le vie del mercato del Balon
anche tu ti sorprendi a riviverci mano nella mano,
col nostro riso felice e sciocco,
e le labbra che sanno del primo bacio.
La tua vita ora è meglio.
La mia vita ora è meglio.
Non cercarci è ovvio.
Non c’è ragione per farlo.
Meglio scegliere di vivere il presente al massimo.
E apprezzare il nostro passato come una carezza del destino.
Cullare il nostro ricordo,
per amare meglio chi ci sta accanto.
Capire che abbiamo ciò che ci fa felice.
Potrei allora, finalmente, abbandonare l’idea del suicidio della nostra innocenza.
Non voglio più maschere.
Voglio il mio volto, il mio sguardo sicuro,
le mie parole sincere, la mia mano che protegge.
Ma se m’incroci, ti batte forte il cuore
diventa come il mio.
Facciamoli correre allora,
ritornerrano, e non ci faranno più male.

09 gennaio 2007

Preferisco.

Preferisco la pizza all’hamburger.
Preferisco il mare alla città.
Preferisco la birra allo champagne.
Preferisco la pace alla guerra.
Preferisco De Andrè a Iva Zanicchi.
Preferisco un amico a “Amici di Maria Defilippi”.
Preferisco un calcio a un pallone a un calcio nel culo.
Preferisco l’ultimo banco alla prima fila.
Preferisco leggere un libro a leggere un rotocalco rosa.
Preferisco il rosso al nero.
Preferisco il granata al bianco-nero.
Preferisco vivere d’emozioni a vivere di rimpianti.
Preferisco masticare una torta a masticare amaro.
Preferisco capire a giudicare.
Preferisco Paperino a Topolino.
Preferisco dare la buonanotte a dare il benservito.
Preferisco avere i capelli lunghi a avere il muso lungo.
Preferisco essere meticcio a essere puro.
Preferisco gridare la mia rabbia a ingoiare la mia rabbia.
Preferisco chi è un po’ diverso a chi è conforme alle norme.
Preferisco gli scritti corsari di Pasolini agl’imprenditori corsari di Montezemolo.
Preferisco l’impegno alla delega.
Preferisco il mirto alla grappa.
Preferisco stare a spasso in bici a stare a spasso senza lavoro.
Preferisco fare l’amore a……. qualsiasi altra cosa.

05 gennaio 2007

Dagli Usa con amore.

La giornata è trascorsa tranquilla, o quasi.
Domani io e mia moglie Anna dovremmo andare al mare, forse a San Remo.
Una capatina di fine settimana. Purtroppo abbiamo provato a contattare alcuni alberghi ma senza successo. Temo che ci sia parecchia gente in riviera in questi giorni per passare l’ultimo finesettimana di festa. Dispiace fare un giro e dovercene tornare a casa in serata perché non c’è un buco in tutta la Liguria. Capitò anche qualche anno fa per un ponte del 2 Giugno. Una delusione. Ma era prevedibile. Bastava organizzarsi qualche giorno prima. Avremmo dovuto farlo anche questa volta. Ma ci siamo decisi solo nelle ultime ore.
Comunque una notizia dagli Iuessei.
Un videogioco sta mietendo polemiche, il suo nome è “Left Behind: Eternal Forces”, lo scopo è la conversione di atei in cristiani, l’uccisione dei non credenti, mentre si avanza di livello pregando. Il tutto svolto in un’apocalittica New York di un futuro imprecisato, dopo che oscure profezie bibliche si sono avverate provocando milioni di morti, una popolazione di atei rischia di cadere nelle grinfie di un finto politico che in realtà è l’Anticristo. Per salvare il mondo, i virtuosi dovranno convertire gli atei al cristianesimo, difendendosi dalle forze del male con la preghiera, ma anche sporcandosi le mani uccidendo i soldati dell’Anticristo. Un esercito russo-arabo ha sterminato la popolazione mondiale, Israele è miracolosamente salvo, i veri credenti sono saliti in paradiso, l’Anticristo è un lugubre rumeno, nonché ex segretario generale dell’Onu, che di cognome fa Carpathia. Il gioco è prodotto da una società vicina agli ambienti evangelici. Gruppi cristiani liberal-progressisti si sono scagliati contro Left Behind, definito a turno “violento”, “pericoloso”, “immorale”, “antitetico al messaggio di Gesù Cristo”, “istruttivo videogioco per la guerriglia religiosa” e persino “negativo per la società civilizzata e la stessa democrazia costituzionale”. I produttori del gioco si limitano a dire che “Left Behind: Eternal Forces” diffonde la preghiera e l’adorazione di Dio e che la base del gioco è il benessere spirituale.
Alla faccia del benessere! Una volta in chiesa ti chiedevano di fare la buona azione quotidiana, fare la carità, leggerti la bibbia. Mica di allenarti al tiro al bersaglio dell’ateo in nome di Dio.
A dire la verità tre quarti dei videogiochi a sfondo non sportivo, si basa sulla pratica dello scontro fisico e dell’uccisione dell’avversario. In guerra, in astronave, in macchina, in regolamenti di conti mafiosi, c’è sempre un motivo buono per uccidere qualcuno e avanzare nel punteggio.
Quella di Left Behind: Eternal Forces è una variante originale, ma non troppo. Negli Usa, dove si contano circa 60 milioni di evangelisti praticanti, i predicatori esercitano tenendo la bibbia in una mano e il fucile nell’altro, nel senso proprio letterale dell’espressione. Il loro motto è “Dio e le armi salveranno l’America”. Qualcosa di simile ai precetti della guerra al terrorismo in Afghanistan e Iraq.
A che punteggio si è arrivati lì?

02 gennaio 2007

Mangiamoci sù!

Cari bloggers come state?
Finita l’abbuffata di gnocchi ai 12 formaggi, di lasagne con pesce spada, melanzane e ananas, di cinghiali farciti di caprioli e condor, di capitoni crudi in salsa di balena marinata, di panettoni nuziali ricoperti di crema e stuccati con marmellata di fragole? Insomma avete finito di smaltire le vostre cene consumate ai veglioni? Magari con l’uso di abbondanti dosi di Fernet Branca e Plasil?
Le statistiche dicono che gl’italiani hanno messo in media sù un paio di chiletti a testa in queste festività di fine / inizio anno. E poi dicono che siamo un paese a declino economico e sociale. Tzè!
Ve lo facciamo vedere noi cari amici dell’Unione Europea, cari amici degli Iuessei, cari amici del made in China, cari amici impiccatori del medio oriente!! Ce ne dite sempre di tutti i colori, ma a tavola vi battiamo 10 a 0! Che ci frega se tra Presidente della Repubblica / presidente del Consiglio/ Leader dell’opposizione fanno insieme circa 220 anni e i vostri leader sono tutti giovani e belli! Noi ci abbiamo la pizza margherita e voi no! Che c’importa se abbiamo Fiat, Telecom, Alitalia, Olivetti, Ilva, Barilla, in crisi e a voi invece l’economia tira che è un piacere! Noi ci saziamo con le tagliatelle al ragù e voi no! Che c’importa se da noi in tv vedi solo reality show in cui ci s’insulta che è un piacere e da voi magari un telegiornale sincero ve lo vedete ogni tanto! Noi ci rimpinziamo di cassata siciliana e voi no! Dicci scemi…..
Ma sì, mangiamoci su. Ma se poi finiscono le scorte in cucina? Ci toccherà mangiarci l’un l’altro?
Bah… già mi vedo le polemiche politiche anche per quello. Mastella che chiede di avere da pappare una gamba in più, perché lui è decisivo al Sud. Bossi che si rifiuta di mangiare un meridionale (buon per il meridionale). Fassino che donerà un ossobuco di operaio a Montezemolo. Casini che benedice al Signore per il cibo donatogli prima d’infilzare Berlusconi con una forchetta. Pecoraro Scanio che, da buon vegetariano, si nutre solo di capelli e unghie. Siamo passati dalla democrazia alla gerontocrazia per finire alla panzacrazia

29 dicembre 2006

Bye bye 2006

E così anche il 2006 sta per concludersi.
Lo dico senza particolari rimpianti.
Certo niente di apocalittico, ma comunque poche cose piacevoli da ricordare.
Non vi tedierò con i miei piagnistei personali, non perché penso che chi si confida su blog sia un debole, tutt’altro, e io stesso ne ho fatto ricorso, ed è stato alquanto terapeutico. Piuttosto, ultimamente, vivo certi aspetti della mia vita in modo strettamente intimo. Mi piace più che altro scrivere di grandi discussioni, di temi di grande respiro, con toni a volte ironici, a volte accigliati, a volte preoccupati, a volte distesi, a volte interrogativi. Per cercare di capire, semplicemente.
Stanotte Torino, o almeno il lembo di città in cui vivo, è inabissata in una spessa nebbia. Non mi piace uscire con questo tempo, men che meno guidare. Allora sarebbe la serata giusta per leggere un noir d’autore, sentire di sottofondo i Gotan Project, tenere una bottiglia di amaro e un bicchierino a portata di mano.
O fare l’amore. È sempre un buon momento per fare l’amore. Sinceramente è l’unica cosa che mi fa sentire veramente pulito in questo mondo. In questa vita.
Posso esprimere un auspicio per il 2007?
A volte mi capita di sentire certe persone fare certi discorsi su certi temi di attualità che mi lasciano decisamente basito, poiché finiscono in improperi del tipo: “quelli lì li metterei tutti al muro!”.
Quelli lì sono altre persone facenti parte del genere umano e, a seconda dei casi, e a seconda degli interlocutori, rispondono alla tipologia di: Immigrati, Palestinesi, Israeliani, omosessuali, comunisti, anarchici, squatters, spacciatori, barboni, prostitute, atei, terroni, capelloni, alcolizzati, zingari, tossici, schizofrenici, alienati, poveri, saltimbanchi di strada… Saddam… vabbè pare che x quello ci siano riusciti… chissà che bella spirale di vendetta si aprirà adesso… tra l’altro hanno calcolato che i morti militari americani in Iraq hanno superato i morti civili dell’11 Settembre 2001… proprio un bell’affare…
Ecco io vorrei soltanto che non mi capitasse più di sentire certi discorsi nelle mie orecchie. Che le persone non si esprimano più così e non abbiano certi sentimenti forcaioli. Chiedo troppo?

“Concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza”. (preghiera Cherokee)

26 dicembre 2006

Italiani… brava gente?
Tra i vari luoghi comuni sulla nostra nazione uno dei più noti è che siamo “un popolo di santi, navigatori e poeti”.
Sicuramente la cosa era riferita a quell’epoca storica in cui, pur essendo un paese amministrativamente e politicamente suddiviso in staterelli retti da nobili per lo più di stirpe straniera, sfornavamo frotte di alfieri del clero, fortunati ed inconsapevoli scopritori di continenti, e fini letterati sostenuti da generosi quanto ottusi mecenati. Ora che i Papi possono pescare nei cinque continenti i candidati all’aureola, da reali pii missionari ai martiri dell’evangelizzazione e dei sistemi totalitari, da frati pugliesi analfabeti dotati di stimmate di ordinanza a creatori della finanza vaticana, ora che gl’italiani possono al massimo per lo più navigare su internet o se si mettono in marcia lo fanno verso le mete di villeggiature in agosto e intasano la Salerno – Reggio Calabria, ora che abbiamo sostituito le barzellette di Totti alla Divina Commedia, Tiziano Ferro a Pier Paolo Pasolini, “Amici di Maria de Filippi” ai caffè letterari, ora siamo fuori tempo massimo per rifarci una fama di santi, navigatori e poeti.
Attualmente penso che ci calzi un po’ meglio la citazione di Winston Churchill che diceva che “Gli Italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”.
Poi c’è quell’altro famoso detto “Italiani Brava gente”.
Un mito. Inteso come mistificazione della realtà. Tutto ben documentato nel libro di Angelo Del Boca “Italiani brava gente?” in cui vengono narrate edificanti episodi d’italianità. Si va dalle ingiustificate stragi compiute durante la cosiddetta "guerra al brigantaggio" alla costruzione in Eritrea di un odioso universo carcerario. Dai massacri compiuti in Cina nella campagna contro i boxer alle deportazioni e agli eccidi in Libia a partire dal 1911. Dai centomila prigionieri italiani lasciati morire di fame in Austria, durante la Grande Guerra, al genocidio del popolo cirenaico fino alle bonifiche etniche sperimentate nei Balcani. Acqua passata? Non direi. Apprendo (dal sito di Peacereporter) che secondo un rapporto dell’Unicef pubblicato ieri a Nairobi che siamo (col 18%), assieme a tedeschi (14%) e svizzeri (12%), ai primi tre posti per il favoreggiamento della prostituzione minorile nelle regioni costiere del Kenya. Un problema difficile da sradicare, perché alimenta una fiorente industria che frutta al Paese decine di milioni di dollari all’anno. Le ragazzine Keniote, provenienti dalle regioni interne del Paese, in alta stagione riescono a guadagnare fino a 80 dollari a notte. Una somma notevole, con cui riescono a mantenere parte della famiglia. Per questo spesso le ragazze sono spinte dagli stessi genitori a intraprendere l’attività, poi, una volta arrivate a destinazione, vengono “reclutate” da agenti specializzati che le indirizzano nei locali notturni e favoriscono l’approccio tra le ragazze e i clienti stranieri. Comprensibile che, in un quadro del genere, le attività di recupero delle ragazze portate avanti da associazioni e Ong locali si rivelino una goccia nel mare. A livello repressivo la situazione non è migliore, visto che i pochi turisti che finiscono nelle maglie della giustizia riescono a cavarsela con sostanziose mazzette elargite a giudici e poliziotti. Come si vede gl’italiani sanno far muovere l’economia nei paesi africani.
Proprio vero. Italiani brava gente. Ma non tutti. E forse sempre in meno.

22 dicembre 2006

Letterina a Babbo Natale.


Caro Egregio Illustrissimo Babbo Natale,
sono Maurone e ti scrivo per chiederti alcuni doni visto che siamo quasi arrivati al fatidico 25 Dicembre. Il giorno dell’anno dove siamo tutti più buoni e dove le brave persone come me sono sicure di poter ricevere le famose strenne natalizie tante agognate da almeno un anno. Ti sorprenderà sapere che non ti domanderò l’arrivo di nessun prezioso pacco sotto il mio albero, quindi niente I-Pod, niente felpa della Nike, nessun jeans di Dolce&Gabbana, nessun dvd quadruplo di Nick Cave, nessun cestino natalizio aziendale. Vorrei invece che tu esaudissi alcuni miei desideri, portando alcuni doni ad altre persone. Te l’ho detto sono uno buono. Ed ho sempre creduto in te! Per te sono anche incappato in brutte figure, come quella volta che credevo di aver riconosciuto la tua effigie in un foto appesa in una cornice in una grossa stanza ed ho esclamato davanti a tutti “Ma questo è Babbo Natale” ed i compagni della Casa del Popolo mi volevano linciare perché con la foto di Carlo Marx non si scherza…..
Per questo ed altri motivi volevo sottoporti la mia lista di richieste. Pronto? Allora si parte.
Per favore Babbino Natale porta a Romano Prodi una busta paga di un lavoratore dipendente di medio basso livello così che capisca che non c’è solo Montezemolo d’accontentare in finanziaria; a Silvio Berlusconi manda un vestito adatto alla sua statura politica, il costume di Sbirulino dovrebbe andare bene; a Flavio Vento ed alle altre “pupe” della tv porta un neurone, così che quello che già hanno non si senta troppo solo; ai psicanalisti-tuttologhi perbenisti che siedono nei talk-show porta un figlio gay che si fa le canne e che va in giro con la maglietta con su scritto “W la Franzoni”, a Francesco Totti porta un vocabolario ed uno che glielo legga; al Papa porta un accendino, perché è l’unico simbolo della modernità che può gestire; ad Elisabetta Gardini dona un bagno tutto suo alla Camera, ma dicci dove lo metti così la muriamo dentro; a Vittorio Emanuele di Savoia regala del Viagra scaduto che gli faccia fare delle figure di merda colossali, a Piero Fassino suggerisci di dire qualcosa di sinistra, fosse mai che ci si strozza; omaggia di una “pistola fumante” Gorge W. Bush cosicché possa bombardarsi da solo; alla Simona Ventura procura un contratto in una televisione islandese, cosicché ce ne possiamo liberare.
Beh per adesso può bastare, avrei voluto chiederti la pace nel mondo, la fine della violenza sulle donne, la cessazione della fame nei paesi poveri, un lavoro dignitoso per tutti, ma lo so…. Tu non fai miracoli…. Non sei mica la befana!

19 dicembre 2006

Porta qualcosa al Pd.
Fassino porta le bocciofile dell’Arci e quelli che arrostiscono le salamelle alla festa dell’Unità, Rosy Bindi convincerà a venire le perpetue dei preti del Nord-Est, Walter Veltroni metterà sù i cd di De Gregori e Venditti e i film di Bombolo, Ciriaco De Mita invece ha pronti un tot di container dei ex terremotati dell’Irpinia, Livia Turco cucirà le nuove bandiere per le manifestazioni con il filo di sutura degli ospedali grazie ai ticket sul pronto soccorso, per i sigari ed il tabacco da pipa ci pensa Franco Marini, ma sarà Pierluigi Bersani che distribuirà le nuove tessere di partito (con cui fare anche la spesa alla Coop!!!), la Paola Binetti ovviamente distribuirà le bibbie e preservativi bucati presi in Vaticano, Sergio Cofferati offrirà dei caterpillar con cui è solito dirimere le questioni a Bologna, Arturo Parisi ci tiene ad essere quello che offre il mirto fatto dalla Brigata Sassari in caserma, il ministro del lavoro Cesare Damiano assumerà dei precari sessantenni per l’attacchinaggio dei manifesti, con Pierluigi Castagnetti si parlerà dei bei tempi che furono, Luciano Violante penserà a riabilitare qualche compagno che ha sbagliato, l’indirizzo filosofico lo darà Massimo Cacciari a bordo di una gondola, il tocco glamour è di competenza di Giovanna Melandri che metterà sù un tailleur intonato, poi ci sarà il tappeto rosso che Francesco Rutelli srotolerà perché porta Montezemolo, invece Massimo D’Alema porta solo se stesso, perché è pieno solo di quello..
Infine, al gran pout – pourri del Partito Democratico, Romano Prodi porterà con se un rosario ed un corno regalatogli da Rosa Russo Jervolino, ne ha bisogno…

16 dicembre 2006

24 minuti

A rieccomi!
Stamane son di nuovo sbarcato a Torino in arrivo da Taranto. È stata una settimana molto intima, con alti e bassi, ma preferisco lasciarmi dentro le emozioni e le sensazioni di questi giorni passati con le persone che amo…
Vi ringrazio per tutti i messaggi che mi avete scritto nel precedente post, siete stati molto affetuosi.
Certo, che guardando a questi giorni, di argomenti di cui parlare ce ne sono a bizzeffe!
Finanziaria, caso Welby, pacs, guerra civile in Palestina, lo sciopero delle firme dei giornalisti tv e di carta stampata, il fenomeno dei Cinepanettoni(ovvero quei film commedia che spopolano a Natale con protagonisti i Boldi, i De Sica Christian, i Bonolis, con starlette varie di supporto), insomma tante occasioni di discussioni di contenuto drammatico…

Ne scelgo uno che mi sta particolarmente a cuore, ovvero, la terrificante agonia di Angel Nieves Diaz.
Come penso avrete letto e sentito ai telegiornali, l’altro giorno si è svolto nel carcere di Jacksonville, in Florida, l’esecuzione del 55enne Angel Nieves Diaz, originario del Portorico, ed in carcere da 27 anni per l’omicidio di un gestore di un locale notturno. Fino all’ultimo, persino sul lettino del carcere dove gli è stata somministrata l’iniezione letale che avrebbe dovuto ucciderlo rapidamente, Angel Nieves Diaz si è dichiarato innocente ed ha criticato le modalità processuali che l’hanno condannato a morte. Ad assistere all’esecuzione, come di consuetudine in Usa, 25 testimoni, compresi alcuni parenti del condannato. Sotto i loro occhi si è consumato una scena aghiacciante, dopo che Angel è stato legato al lettino, gli sono stati infilati nelle vene tre aghi collegati ad altrettanti tubicini, che portavano rispettivamente ad un flaconcino di sedativo, ad uno di liquido paralizzante ed uno di veleno letale. Normalmente (mi fa ribrezzo usare questa parola in questo contesto) la procedura si svolge in un tre minuti, senza presunte sofferenze da parte del condannato, ed invece questa volta non tutto è andato come si credeva, il sedativo non ha funzionato ed il veleno ha lentamente fatto il suo decorso, Angel quindi ha iniziato ad avere convulsioni, senza possibilità di parlare ma assolutamente cosciente. Tutto questo per 24 lunghi ed agonizzanti minuti. L’intervento di un medico che ha somministrato altro sedativo e veleno ha permesso ad Angel di perdere i sensi, così ché, dopo 10 minuti, Angel è spirato.
Il governatore della Florida, Jeb Bush (fratello di Gorge W., e dico tutto…), assicura prima che l’esecuzione si è svolta regolarmente, e gli inconvenienti avvenuti dipendono solamente dalla malattia del fegato di Angel che ha reso difficile l’assorbimento dei veleni. Poi sbugiardato dagli stessi medici del penitenziario, che si sono accorti che la lunghissima agonia è stata provocata da un ago che «non è riuscito a trovare la vena» e dunque non è stato capace di mettere in circolazione il cocktail velenoso a base di barbiturici e paralizzanti che avrebbe dovuto ucciderlo in pochi secondi; così il figlio di un ex presidente degli Usa e fratello di quello attuale, e qualcuno dice lui stesso futuro erede della carica (ma che è una monarchia….???), ora ha deciso una sospensione di tutte esecuzioni almeno fino a che un'apposita commissione non avrà completato l'analisi su questo sistema di esecuzione. Decisione accolta dal futuro governatore Charlie Christ, anche lui repubblicano, che ha annunciato che rispetterà la sospensione delle esecuzioni dall'inizio del suo mandato (in vigore dal prossimo gennaio) e fino a che la commissione non avrà presentato il suo rapporto.
Non voglio declamare l’innocenza di Angel Nieves Diaz, non ho la più pallida idea se lui sia stato o meno il vero assassino di quel gestore di bar, anche se mi rende perplesso sapere che a suo carico nel processo non vi sia né una prova, né il ritrovamento dell’arma, né uno straccio di Dna, ma bensì l’unica testimonianza della ex ragazza di Angel (uhmmm state attenti a lasciarvi sempre bene con i vostri partner…). Mi fa ribrezzo saper che quella che si definisce la democrazia più potente del mondo uccida barbaramente i suoi cittadini con la convinzione di fare giustizia, anche se cambia poco mandarli a morire in MedioOriente, sempre in nome della democrazia, ma con una divisa ed uno stipendio. E questo vale per gli Usa come per tutte quelle nazioni che ancora considerano la condanna a morte come mezzo lecito per rendere giustizia alla fine di un processo, da Cuba all’Arabia Saudita, dalla Cina alla Turchia.
Ma cosa sarà mai mancato a questi paesi perché non si sia concretizzato ciò che è avvenuto invece per l’Europa, compresa la nostra sgarrupatissima nazione?
Possibile che la lezione illuministica dei Montesquieu, dei Rosseau, dei Beccarla non abbia oltrepassato nè l’Atlantico, né lo stretto dei Dardanelli? Né allora né oggi con internet e globalizzazione?
La pena capitale non è un diritto, ma una vendetta dello stato contro un cittadino, che utilità mai porterà? Uno stato che risolve un crimine attraverso una iniezione, una corda, una sciabola o un plotone di esecuzione è uno stato che non ha futuro. Che non finirà mai di risolvere i suoi problemi sociali e che innescherà la solita spirale in cui un povero sarà sempre il nemico di un altro povero e così all’infinito…

Ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità.”
( Cesare Beccarla, Dei delitti e delle pene)

08 dicembre 2006

In partenza.

Care e cari bloggers com’è passata sta giornata festività? Io son stato ad un mercatino ecquosolidale dove ho preso un paio di oggettini per i regali natalizi. Ho chiacchierato con alcuni volontari della LAV e di Amref, e mi sono intrattenuto a lungo con i miei amici di Emergency, pranzando anche con Paola che ne è la coordinatrice della sezione di Torino, che mi ha spiegato del loro impegno in particolare per la creazione di un posto letto in rianimazione nell’Ospedale sudanese di Emergency di Soba, a 20 chilometri da Khartoum, il costo è di 60000 Euro, e loro ne hanno raccolto la metà attraverso i banchetti di vendita di materiale. Si sono posti questo obiettivo in memoria di una volontaria della sezione torinese da poco scomparsa. Io ho acquistato il mio bravo calendario e almeno so in che cosa vanno i miei 7 eurini.
Poi son tornato a casa ed ho iniziato a prepararmi la valigia, visto che domani, insieme a mio padre, partirò alla volta della Puglia, destinazione Statte, in provincia di Taranto, e lì finalmente riabbracciare i nostri parenti, in particolare mia madre che non vedo da Settembre, e di cui ho nostalgia (ammetto, sono un tipico italiano, pizza-mamma-e-tuttoilcalciominutoperminuto). Sarà un po’ stancante starmene queste dodici ore filate sul treno, ma ho deciso che alla edicola della stazione mi compro “il Manifesto”, “Liberazione”, “Tuttosport”, “Internazionale”, “La settimana enigmistica” e “Linus”, mi passerà il tempo leggendo, no?
In valigia ho messo anche due libri: “Lezioni di tango” di Elsa Osorio e un saggio sui “consigli di gestione di fabbrica a Torino negli anni ‘40” di Gianni Alasia. Insomma ho bisogno di spaziare tutti i terreni del sapere e dell’emozione.
Starò via una settimana, quindi ci rivedremo su queste frequenze al mio ritorno, non strapazzatevi troppo, che se no arrivate in cattiva forma al pranzo natalizio dei vostri genitori o parenti vari, dove ovviamente vi verranno regalate le solite calze di lana a rombi, o la camicia di flanella a quadrettoni o la gonna di panno verde alga smunta, o ancora come succede spesso a me, v’infileranno in mano una busta con 50 euro e la raccomandazione di usarle per mangiare e non per la droga che si fuma……. Ma in fondo a Natale, manca davvero tanto tempo….
Ciao e a presto!

“Il riso è sacro. Quando un bambino fa la prima risata è una festa. Mio padre, prima dell'arrivo del nazismo, aveva capito che buttava male; perché, spiegava, quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso” (Dario Fo)

06 dicembre 2006

Gian Maria Volontè

«Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l'arte e la vita.»
(Gian Maria Volontè)

Ricorre oggi l'anniversario della morte di uno dei più importanti, bravi, amati e sensibili attori italiani, quel Gian Maria Volontè, che sfidò i canoni dell'artista nazional-popolare, e che fu l'esempio d'impegno politico e civile che diede ossigeno ad un filone che vede oggi nei Paolini, nei Celestini, i degni eredi...



Gian Maria Volontè si diploma a Roma all'Accademia di Arte Drammatica nel 1957, e si fa conoscere al pubblico lavorando per la televisione ed in teatro. L'esordio è a Milano, al Teatro Sant'Erasmo, nella stagione 1957-58, prima con Fedra di Racine, poi con La devozione della croce di Caldèron de la Barca (regia di Dranco Enriquez).
Le esperienze televisive non sono numerose, da ricordare "
L'idiota" di Dostoevskij (1959) e "Il Caravaggio", mentre in teatro recita Shakespeare ("Romeo e Giulietta", 1960), Goldoni ("La buona moglie", 1963) e il personaggio di Bartolomeo Vanzetti in "Sacco e Vanzetti" di Roli e Vincenzoni (nel 1960 e 1961, con gli Artisti Associati).
Il suo esordio
cinematografico è nel 1960 nel film "Sotto dieci bandiere" di Duilio Coletti. Magnetico interprete in film western di Sergio Leone ("Per un pugno di dollari" del 1964 e "Per qualche dollaro in più" del 1965) e in commedie ("A cavallo della tigre" del 1961 di Luigi Comencini e "L'armata Brancaleone" del 1966 di Mario Monicelli), trova la sua dimensione migliore nell'interpretare film drammatici con forte connotazione politica e impegno sociale. Da ricordare "Banditi a Milano" (1968) di Carlo Lizzani, "Sbatti il mostro in prima pagina" (1972) di Marco Bellocchio, "La classe operaia va in paradiso" (1972) di Elio Petri ed "Il sospetto" (1975) di Citto Maselli.
Molti i premi vinti: nel
1968 Nastro d'Argento come miglior attore protagonista per "A ciascuno il suo" di Elio Petri, nel 1971 con "Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto" sempre di Petri (che vinse l'Oscar come "miglior film straniero"), nel 1989 ancora il Nastro d'Argento come migliore attore protagonista in "Opera al nero", nel 1983 vince al Festival di Cannes il premio come miglior attore per il film "La morte di Mario Ricci", nel 1987 al Festival di Berlino come miglior attore per il film "Il caso Moro" e nel 1990 il Felix come miglior attore europeo per "Porte aperte". Nel 1991 al Festival di Venezia viene premiato con il Leone d'Oro alla carriera.
Di rilievo anche i lavori all'estero: "
I senza nome" (1970) e "L'attentato" (1973) in Francia, "Actas de Marusia" (1976) del cileno Miguel Littín in Messico e il già citato "La morte di Mario Ricci" in Svizzera.
Muore nel
1994 sul set di "Lo sguardo di Ulisse", del regista greco Theo Angelopoulos; il suo funerale sarà svolto a Velletri, dove risiedeva. Le sue spoglie riposano, come sua volontà, sotto un albero nel piccolo cimitero dell'isola della Maddalena, in Sardegna.
Verrà sempre ricordato come attore poliedrico, intenso e di grandissima forza espressiva, un gigante del
cinema italiano.

04 dicembre 2006

Buon compleanno Vecchio Cuore Granata!
Non ci voglio girare troppo sopra. Ieri il gol dell’Empoli c’era. Ma l’arbitro non l’ha visto, e di certo non apposta. Non siamo mica la juve noi. Ci è semplicemente andata bene. Cosa non proprio abituale nei cento anni del Toro compiuti ieri.
Partiamo per ordine.
Ieri pomeriggio arrivo di fretta allo stadio, sento da corso Agnelli la voce di Chiambretti che accende gli animi dei presenti all’Olimpico-Comunale (nuova e vecchia dicitura dell’impianto calcistico che in verità si chiamò originariamente come… beh ve lo lascio indovinare, era il 1934, e “lui” appariva in ogni dove con la sua mascella volitiva… vi do una mano, non era Berlusconi, ma quasi…), appena supero i controlli di rito di abbonamento e perquisa dei celerini (molto soft, non si sono neppure accorti del moschetto del mio trisavolo garibaldino che tengo come portachiavi… scherzo!), faccio in tempo a comprare una spillina del centenario del Toro, e salgo le scale che portano alla Curva Maratona, covo dei tifosi granata più sanguigni. Mi affaccio e… non vedo nulla! Non nel senso che la mia visuale mi offre il vuoto, bensì l’incontrario. Un muro umano gremisce la curva in ogni dove, per guardare in direzione del campo e capire che succede, devo arrampicarmi letteralmente sui gradini che dal primo anello portano al secondo, e farmi maschiamente largo per far sbucare la mia testa tra gli altri tifosi (alla faccia del decreto Pisanu!), appena sotto le insegne degli “Fedelissimi”, in quel momento Chiambretti (non mi sta molto simpatico, è tanto cabinotto, modo torinese per indicare i figli di papà che vivono la collina, e si atteggia a “sinistroso”, mentre riempie i suoi ristoranti di lavoratori precari), sta premiando tre arzilli signori dalle teste d’argento, sono Tomà, Gandolfi e Audisio. So che a voi son tre nomi che non dicono molto, ma a me vengono i brividi a sentirli perché sono tre reduci del glorioso periodo del Grande Torino, scampati in vario modo alla tragedia che il 4 maggio del 1949, chiuse la leggenda della squadra “che solo il fato la vinse” come si diceva allora, Tomà infatti fu ceduto in prestito all’inizio della stagione 48-49 dopo aver fatto parte della rosa titolare l’anno prima, Gandolfi era il portiere di riserva, ma un banale infortunio lo fece rimanere a Torino mentre la squadra andò a Lisbona per un’amichevole al cui ritorno si schiantò con l’aereo sulla parete della basilica di Superga, Audisio era un giovane della squadra ragazzi che giocò, segnando anche un gol, i quattro incontri del campionato di serie A, tutti vinti tra l’altro, al posto dei titolari. Lo stadio li ha accolti con un grido inequivocabile: Campioni, Campioni! Poi è toccato alla passerella di 100 ex-giocatori del Toro a partire da Enrico Annoni, detto Tarzan, ruvido quanto efficace stopper degli anni ’90, idolo della curva per i suoi modi arcigni, al pari di un altro festeggiatissimo terzino, Pasquale Bruno, detto ‘o Animale, che in un derby contro la Juve dovette essere portato fuori di peso da Lentini, dal massaggiatore, da 12 carabinieri, da 23 volontari della croce rossa, 8 controllori del bus, 3 preti esorcisti, 2 boy-scout e mio zio che passava da lì. Motivo? Contestava l’arbitro per una espulsione. Elencare tutti i nomi sarebbe troppo lungo, vi annoiereste, e tra l’altro non me li ricordo tutti. Sappiate che le ovazioni più sentite se le sono beccate alcuni idoli come Marco Ferrante, Ruggiero Rizzitelli, Nestor Combin, Aldo Agroppi, Giacomo Ferri, Massimo Marazzina, Eraldo Pecci, Luca Marcheggiani, Roberto Rosato, Cesare Maldini, Rafael Martin Vasquez, Claudio Sala, Renato Zaccarelli, Ciccio Graziani, Natalino Fossati, Beppe Dossena, Angelo Cereser, Dennis Law, Pietro Mariani e gli ex allenatori Gustavo Giagnoni, Camolese, Gianni De Biasi e ovviamente gli ultimi due ad apparire sul palcoscenico messo a centrocampo: Leovegildo Lins Gama detto “Junior” e Paolo Pulici, il primo è stato uno dei calciatori brasiliani più forti di sempre, e sicuramente la stella verdeoro, al pari di Zico, degli anni ’80, che in tre stagioni al Toro fece ballare la samba a tutta la Torino granata, l’altro…. Paolino è con 171 gol in 433 partite il cannoniere più prolifico in maglia granata, oltre che uno dei più presenti col club, grande anima granata, torna spesso a giocare partite benefiche con la maglia delle vecchie glorie, amatissimo dai tifosi (vi basti pensare che Sergio Berardo, il leader della band folk-rock dei Lou Dalfin, suona spesso con una ghironda autografata da Paolo Pulici). Appena prima di loro sono stati premiati i parenti di Valentino Mazzola, capitano del grande Torino, Gigi Meroni, formidabile ala destra e personaggio anticonformista (ascoltava jazz e Beatles, dipingeva, vestiva stravaganti abiti disegnati da lui stesso, conviveva in una mansarda con una donna già sposata, cose anche normali oggi, meno nell’italietta degli anni ’60, morì investito il 15 ottobre 1967, mentre usciva da un bar), Giorgio Ferrini ,amatissimo capitano che giocò nel Toro dal 1960 al 1975, collezionando 443 gare (di cui 405 in serie A e 39 gol), giocatore con più presenze ufficiali con la maglia granata, anche lui sfortunatissimo (morì l’8 Novembre 1976 a soli 37 anni, pochi mesi dopo il suo ritiro, da allenatore in seconda del Torino nell'anno in cui i granata tornano, ironia del destino, a cucirsi lo scudetto sul petto) e Orfeo Pianelli, presidente del Toro dal 26 febbraio 1963 al 21 maggio 1982, l’ultimo a conquistare uno scudetto.
Poi foto di gruppo, camminata lungo il perimetro del campo, con omaggio alla curva Maratona, applausi, commozione, slogan, ecc…
Poi la partita con l’Empoli, io scendo e riesco a mettermi tranquillo a metà quasi del primo anello, posso vedermi abbastanza da vicino i giocatori, e inoltre posso ricongiungermi con i miei amici. Niente di chè il match, le difese chiudono ogni spazio, un paio di buone occasioni per noi e per loro nel primo tempo, un paio di tiri fuori di Abbruscato (ma quando si deciderà a buttarla dentro in serie A?) nel secondo tempo, poi il gol empolese non visto dall’arbitro e all’88° il tiro di Comotto che finisce dritto sotto l’incrocio dei pali. E io che salto come un pazzo insieme a Luca, Alessandro, Manuela, Fabio e Nando e agli altri 22662 cuori granata che sono lì a godersi un’indimenticabile domenica. Vinciamo 1 a 0, soffrendo come matti, ma siamo il Toro, e ci va bene così.

Se siete arrivati alla fine di questo post allora dovete per forza beccarvi anche il coro finale che fa:

Là dove andrai… sempre saremo
Questa bandiera…. mai lasceremo
Quella granata…. È la tua gente
Che ti accompagna… e tifa da sempre
COL CALOR!! COL CALOR!! COL CALOR!! COL CALOR!! COL CALOR!! COL CALOOOOOR!!
Sono cent’anni…. che stiamo insieme
Sei la mia vita…. Sei la mia fede
Quella granata.... è la tua gente
Che ti accompagna…. e canta da sempre
TORO ALÈ!! TORO ALÈ!! TORO ALÈ!! TORO ALÈ!! TORO ALÈ!! TORO ALÈ!!
TORO ALÈ!! TORO ALÈ!!