09 febbraio 2007

La memoria di un giorno
parte quarta
E comunque, rispetto alla mia disavventura che si risolse in un quattro mesi di arresti domiciliari e all’obbligo di firma per altri sei, di tutte le cazzate, quelle dei miei fratelli, furono di gran lunga più dirompenti per l’equilibrio psicofisico della mia famiglia,.
Tanto che quando mio padre morì un anno fa, molta gente, sommessamente e fuggevolmente, mormorarono che i dispiaceri dati dai figli gli furono più letali che il cancro alla prostata che lo consumò, almeno ufficialmente.
Mi misi in attesa di mia madre in corridoio, sapendola prossima ad uscire dalla camera da letto. Mi appoggiai al muro a braccia conserte, lei apparve con addosso l’abito da sera che indossava tanti anni fa quando accompagnava mio padre alle serate a teatro, era un abito ampio di seta nero, attorno ai fianchi compariva una sottile cintura di cuoio rosso, bordate di cornici di metallo, e intorno al collo una collana di grosse perle.
- Vado ancora un attimo in bagno.
- Ti sta bene ancora quel vestito.
- Non l’ho mai usato troppo, per fortuna è ancora abbastanza integro, ed è ancora uno dei pochi che sopportano i miei fianchi di nonna.
M’immaginavo la sua rapida toeletta, il solito passaggio tenue del rossetto e della cipria sulle guance, poi un ombretto celeste. Quando uscì dal bagno dimostrava ancora di essere una bella donna, nonostante gli anni e le peripezie.
Mi rimisi cappotto e sciarpa e scesi con mia madre in strada, salimmo in macchina e ci dirigemmo verso il teatro.
Mentre guidavo mia madre mi chiese:
- Ma una telecamera ce l’avete? Sarebbe bello avere un ricordo della serata.
- Sicuro! Ci pensa Adriano, gliel’abbiamo giusto regalata una a Natale.
- Ma la sa già usare?
- Certo.
- Che ragazzo intelligente.
Non capivo come mai mia madre fosse sempre così sorpresa da quello che faceva il mio primogenito. Da piccolo, Adriano, è sempre stato un bambino introverso e poco incline a dare confidenza, quando era con i nonni sembrava addirittura riluttante a scambiare qualche chiacchiera con loro, mio padre diceva che aveva il mio stesso carattere, che quindi sarebbe stato presto fonte di grane.
- ….che dietro le acquee chete, chissà che si nasconde?
Soleva sempre dire, alludendo al nipote, e poi ci fissava tutti con uno sguardo che in realtà trasudava un rimprovero collettivo. Passò i suoi ultimi 26 anni a rimestare rancore per i suoi familiari, compresa la moglie che alla fine perdonava tutti e lo aiutava poco a vigilare sulla prole, dispensando un eccessivo filosofismo indolente.
A dire la verità gli toccava anche sorbirsi i biasimi dei suoi genitori, che finche furono vivi, lo accusavano di essere eccessivamente accondiscendente verso di noi, anche per via di un certa rigidità che provavano verso mia madre. Erano cattolici e piuttosto tradizionalisti, provavano ancora una certa avversione verso gli ebrei, erano stati educati ad individuarli come i carnefici di Gesù, e per questo i rapporti con l’altra mia nonna, Miriam Levi, furono del tutto inesistenti o quasi. Mio padre forse era stato così rimpinzato dalla loro dottrina, che provò una certa repulsione verso la religione nella sua vita, divenne un moderato anticlericale, votava repubblicano o liberale a seconda di come gli girava, gli ultimi anni forse per Pannella&Bonino. Mio padre era sommariamente una persona complessa, ci teneva che apparissimo come persone colte, educate, eleganti, anche ambiziose, ci teneva al sogno di scalare la posizione sociale. Ma mostrava molta rigidità per arrivare al suo scopo. Tuttosommato aveva umili origini, era figlio di un manutentore delle ferrovie, Fredo Quaglino, e di una casalinga, Mariuccia Bianco, quest’ultima analfabeta e immersa perennemente nelle trasmissioni radio vaticane. Voleva diventare qualcosa di più. Lavorava alacremente, cercava di farsi sempre notare dalle alte sfere della sua banca, anche quando era fuori dal contesto lavorativo, perciò aveva messo su una bella famiglia insieme a quella presenza così signorile di mia madre, elegante e raffinata, anche umile, doveva portargli lustro non certo offuscarlo. Era al suo braccio in tutti i momenti ufficiali della sua carriera, di tanto in tanto anche con la presenza di noi figli, in un incantevole quadretto genuinamente borghese.
I miei genitori si erano conosciuti quando mio padre era prossimo alla partenza per il servizio militare. Li presentò un amico di mio padre, poiché mia madre era compagna di scuola della sorella di costui. Non raccontarono molto di quei tempi, sapevamo appena che si scrivevano lunghe lettere e che appena mio padre era in licenza si vedevano per bere un caffè in centro. Si sposarono che mia madre era appena diplomata, le sarebbe piaciuto lavorare, voleva fare la maestra, ma rimase incinta appena dopo il matrimonio, così rimase moglie e madre per il resto della vita, senza altre alternative.
Ed infondo andò tutto ben fino al mio arresto. Quell’episodio bloccò l’ascesa sociale di mio padre. Fu visto con sguardo inesorabile da quella società da cui smaniava di farsi accettare, le porte si chiusero e rimase vicedirettore di filiale a vita, per’altro sempre nello stesso posto, un’agenzia in una via interna di un quartiere popolare di Torino, ai bordi dell’Impero. Eppure Gianluca Fornasari era figlio di un imprenditore edile, Patrizio Cera era il rampollo di una famiglia che gestiva una società editrice e Olga Viarengo era la secondogenita di un dirigente del Psi e di una gallerista. Ma le loro famiglie non subirono disapprovazioni e bandi. Venne fuori che erano buoni ragazzi traviati dal figlio di un figlio di un manutentore delle ferrovie, gente che non sa stare a tavola, beve vino insipido, si veste con camicie comprate a Porta Palazzo e usa il pullman. Se lo fossimo stati veramente forse ci saremmo divertiti di più.
Eppure, personalmente, ce la misi tutta per riabilitarmi dopo l’accaduto, e a rientrare nei binari di quella decenza che mio padre urlava perduta ai quattro venti. Nella primavera di poco più di cinque anni dopo mi laureai in storia antica, mi sposai con Lucia, che conobbi in una libreria dove lavorava, e nacque Adriano, tutto nel giro di pochi mesi, ai miei non sembrò vero che la normalità rientrava a far parte della quotidianità della famiglia.
Ed infatti a Luglio del 1983 mia sorella Eliana tornò a casa dagli Stati Uniti incinta, ma non sapeva chi era il padre.

14 commenti:

marea ha detto...

Ma è un racconto che hai già scritto o che stai scrivendo?

Maurone ha detto...

Il racconto lo sto scrivendo, ogni parte è il frutto di alcuni giorni di lavoro.... in tempo reale!

Effimeramente ha detto...

questo si che si chiama just in time! :)

MarEa ha detto...

uh! :)
Allora non ti metterò più fretta.. aspetterò pazientemente di poter leggere pian piano la continuazione..
buona domenica!

Anonimo ha detto...

bravo!
rob.

stellavale ha detto...

Davvero intenso,,,,,,,,,

Maurone ha detto...

Grazie a tutti per il continuo apprezzamento, spero di non deludervi. A presto

Anonimo ha detto...

ma in che quartiere sei nato? se non ho capito male basse di stura o giù di lì...

Comunque il racconto è bello, tornerò per le prssima puntate..


starfix.splinder.com

Anonimo ha detto...

ma in che quartiere sei nato? se non ho capito male basse di stura o giù di lì...

Comunque il racconto è bello, tornerò per le prssima puntate..


starfix.splinder.com

tEmPhE ha detto...

...io aspetto, maurone.
il pensiero che potrò dire -io c'ero- mi piace tanto.
io aspetto che il racconto vada avanti.
e ti mando un bacio grosso grosso.

Maurone ha detto...

Sono un po' in ritardo sulla quinta parte, ho avuto dei giorni piuttosto impegnati, pazientate un paio di giorni al massimo, comunque....

x Starfix: sono nato e cresciuto a S.Rita, da un anno e mezzo abito dalle parti di Corso Grosseto e mi piace di più, è tranquillo e proletario come me.....

x Temphe: contraccambio il bacio!

Anonimo ha detto...

...intenso davvero.......torino, deve essere proprio una città dalle emozioni intense....
andrea
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Anonimo ha detto...

che pensi degli
arresti a Padova?

rob.

Anonimo ha detto...

maestra...maestro..
la vita
robib.