09 ottobre 2007

Sulla pelle viva

Ci sono tragedie come quelle dell’11 Settembre 2001 a New York, che volenti o no, rimarranno scolpiti nelle nostre memorie e nelle discussioni di attualità, magari solo perché ce lo dicono i mass-media.
Ed invece altre rimarranno isolate nella coscienza di pochi. Di troppi pochi.
Come la storia del “grande Vajont”, la sua odissea, durata oltre 20 anni, e conclusasi in tre minuti di apocalisse, tra le 22.39 e le 22.42 del 9 Ottobre 1963, causando l’olocausto di quasi 2000 persone.



Una madre: "Avevo spento da poco la luce quando avvertii la terra tremare; mi portai dietro le imposte e sentii un forte vento e vidi le luci e le strade emanare un intenso bagliore e poi spegnersi. Mi precipitai verso il letto e afferrai i due bambini che dormivano, li avvinsi a me. Sentii l'acqua irrompere, sballottarmi e mi trovai sola al campo sportivo su un pino ove l'acqua mi aveva scagliato. Il piccolo è stato ritrovato nei pressi della Rossa di Belluno, mentre la bambina nei pressi di casa mia. I miei genitori abitavano con me e sono stati trovati: mia madre al campo sportivo e mio padre a Trichiana".



Un professore: "Siamo arrivati a Longarone........che soltanto da un'ora il Toc era calato nel lago al di la della diga.......... Poca la gente e gli automezzi..........Dei vigili del fuoco con qualche ambulanza, una jeep dei carabinieri, il furgone della polizia stradale. Su questo un milite gridava ostinato, nel microfono, l'identico messaggio: che suonassero le campane di tutti gli abitati, che accorressero tutti, presto, presto, per l'amor di Dio. Di Longarone non erano rimaste che macerie e i feriti dovevano contarsi a centinaia. Furono lo sgomento e il concitato esprimersi di quell'agente ad offrirci l'intuizione della tragedia.......... Ci accorgemmo allora del biancore che vagolava entro la conca oscura del Piave, del vento che tirava, come impedito da nessun ostacolo, del buio nel quale stava immerso lo spazio per solito animato dalle luci del paese ci accodammo a due della stradale.......... Procedevamo sul legname, la melma, i calcinacci........... Entravamo ogni tanto nelle abitazioni alzando grida acute. Nessuno rispondeva. Lo scorrere del faro svelava stanze vuote, spogliate da ogni masserizia. Tutte coi pavimenti colmi di terra limacciosa, le pareti schizzate d'acqua e fango nero....... Intanto, qualcuno che si avvicinava, ci urlò che nelle case era inutile cercare. Che si corresse avanti, avanti, dove i feriti aspettavano d'essere aiutati........ Oltrepassato l'immobile del cinema, di botto cessarono le file delle costruzioni. E ci trovammo davanti il vuoto: un vuoto oscuro ed irreale. Fu un attimo percepire che bisognava credere nella sparizione del paese.........."



Il disastro del Vajont (chiamato anche tragedia, strage o catastrofe del Vajont) avvenne il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39. Fu causata da una frana, lunga 2 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra, staccatasi dal monte Toc (che in friulano, contrazione di "patoc", significa "marcio", mentre in veneto significa "pezzo") e precipitata nel bacino artificiale creato dalla diga del Vajont, La frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale costruita dalla SADE. L'impatto con l'acqua causò due ondate: la prima si schiantò contro la montagna, la seconda (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua) scavalcò la diga precipitando verso la valle e travolgendo Longarone e altri paesi limitrofi, causando la completa distruzione della città e la morte di più di 1917 persone di cui 1450 a Longarone, 109 a Castellavazzo, 158 a Erto e Casso e 200 originarie di altri comuni; vengono inoltre danneggiati gli abitati di Codissago, Pirago, Faè e Rivalta.
Il processo iniziò nel 1968 (l'ingegner Pancini - uno degli imputati - si suicidò alla vigilia del processo) e si concluse in primo grado l'anno successivo con una condanna a 21 anni di reclusione per tutti gli imputati coinvolti, per disastro colposo ed omicidio plurimo aggravato. In Appello la pena venne ridotta e alcuni degli imputati furono assolti per insufficienza di prove. Nel 1997 la Montedison (che aveva acquisito la SADE) fu condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe. La vicenda si concluse nel 2000 con un accordo per la ripartizione degli oneri di risarcimento danni tra ENEL, Montedison e Stato Italiano al 33,3% ciascuno. La comunità riprese subito a ricostruire non solo il tessuto sociale distrutto, ma anche la città: nel 1971 nacque da zero, su progetto dell'architetto Samonà, il comune di Vajont presso Montereale Valcellina, dove alcuni abitanti sfollati insediarono un nuovo centro urbano. Un altro centro chiamato Nuova Erto venne costruito a Ponte nelle Alpi (provincia di Belluno), di cui costituisce un quartiere. Infine, sopra il vecchio abitato originale di Erto venne costruito il paese di Erto attuale.
L’odissea del Vajont (che prende il nome da un ruscello su cui è stato creato l’invaso d’acqua necessario per la realizzazione della diga che avrebbe alimentato una centrale idroelettrica) è stata raccontato nel libro “Sulla pelle viva” della giornalista Tina Merlin, che in quegli anni era l’unica cronista , dalle pagine de “L’Unità”, a denunciare l’arrroganza della Sade nel privare le terre degli abitanti della valle del Vajont e le loro connivenze con la politica. Una situazione che attualmente ricorda il contesto della lotta sulla Tav nella Val di Susa.
Anche Marco Paolini ha realizzato uno spettacolo di teatro civile sul Vajont. Toccante davvero.
Procurateveli. Ha davvero un senso non dimenticare quello che è successo.

P.S.
Oggi sono 30 anni anche dalla morte di Ernesto “Che” Guevara. Indipendentemente dal giudizio sulla persona, sulla epopea politico- storica di cui è stato protagonista. Il “Che” rimane un personaggio su cui sia la destra che la sinistra si sono confrontati, spesso scontrati. Un eroe per molti, un avventuriero per alcuni, un avversario da eliminare per gli Americani, un mito per nostalgici, un business per produttori di magliette e gadgets, un esempio per chi aveva un’idea di rivoluzione, un argomento da prendere e lasciare per qualche opportunista-banderuola della nostra politica.
V’invito perciò a leggere questo post della mia amica Temphe: reversibilite.blogspot.com/2007/10/spara-dunque-codardo.html
Io non avrei trovate parole migliori per raccontare l’intimità di quel giorno in cui Che Guevara lasciò questa vita.

11 commenti:

Giuy ha detto...

sono tutte tragedie che avrebbero dovuto insegnarci qualcosa...
per quanto riguarda il Che, ora vado a leggere il post che hai segnalato :)

tEmPhE ha detto...

Forse Italo ha scritto qualcosa in più.

Anonimo ha detto...

...io sono ancora segnato dal disastro della valtellina...che è non è distante da casa mia....la valle...porta ancora i segni...
and
www.wrong-.splinder.com

Anonimo ha detto...

ricordo il friuli del 76
rob.

Maurone ha detto...

x giuy: c'insegna a difendere la nostra terra da chi ha pochi scrupoli.

x temphe: dove?

x and e rob: siete stati testimoni? non dimenticate, neanche di raccontare

Effimera_mente ha detto...

il fatto veramente drammatico è che il Vajont non è stata una tragedia naturale....

tEmPhE ha detto...

Intendevo Italo Calvino.
Ho inserito i suoi pensieri sul mio blog.
Mi si è stretto il cuore.

Giuy ha detto...

maurone: purtroppo lo insegna solo a me, a te e a pochi altri! :'( Molti se ne infischiano della propria terra!

Maurone ha detto...

x Effimeramente: per anni la Dc e i suoi alleati sostenevano che fu una tragedia della natura, perfortuna l'impegno collettivo sfatò quella bugia.

x Temphe: Calvino è davvero stato uno dei massimi intelletuali italiani!

X giuy: ed allora saremo un virus bellissimo, basta non trasformarsi in Calderoli!

Anonimo ha detto...

Quando una tragedia è una tragedia non esiste numero che la faccia aumentare di "importanza" o luogo o epoca, esiste solo il vuoto che lascia nelle famiglie e nella testa di chi ragiona da umano, per quanto riguarda il Comandante, con lui sono morte davvero molte speranze, penso sia dopo Gesu' la singola persona che morendo ha lasciato piu' ricordi e strascichi di tutte, non perche' sia mia concittadino e nemmeno tanto per il suo posizionamento politico, ma perche' era un uomo senza paura, un condottiero da prima fila, uno che scendeva davvero in campo....se penso che sono parole che usa anche il berlusca mi vengono i brividi, adesso rileggo il tuo post, e ti faccio i complimenti per la varieta' di discussioni che animi... ciao gio'

Maurone ha detto...

x gio: grazie siempre!