19 ottobre 2006

Ammiraglio o pirata?

Non è che io sia un fanatico delle giornate assolate, ovviamente preferisco le belle giornate primaverili a quelle autunnali; insomma dò il meglio di me col cielo terso, la temperatura mite (sui 24°C diciamo), un sole innocuo che puoi fissare, magari anche con un paio di occhiali scuri, per più di 10 secondi senza riceverne danni permanenti alla retina. Insomma un quadro climatico ben diverso da quello che si presenta oggi a Torino, dove il cielo è talmente triste che non fa altro che riversare le sue lacrime uggiose sulle nostre teste. Ma non riesco ad odiare la pioggia come magari la maggior parte dei miei concittadini fa; il motivo non sta certo, come qualcuno penserebbe, nei miei gusti musicali che di tanto in tanto virano al triste, bensì per un ricordo che mi lega alla mia infanzia.
Antefatto: quando i miei genitori mi portarono a Venezia io avevo circa sette-otto anni e passai quasi tutto il tempo sul traghetto a guardare l’acqua che s’increspava e che dalle fiancate del battello si allargava verso i gradoni della terraferma. Piazza S.Marco era smisuratamente grande e caotica per i miei gusti. Ci fermammo a mangiare una pizza al prosciutto in un dehor, io neanche la finii, mi stupivo della sterminata presenza umana attorno a me, di tutti quei giapponesi con le loro minuscole macchine fotografiche e i loro cappellini calati abbondantemente sulle fronti. Prima di tornare sul traghetto che ci avrebbe riaccompagnato alla stazione per prendere il treno per Padova(passammo tre giorni nella cittadina patavina, un record per qualsiasi turista, neanche i pellegrini che vengono per vedere le reliquie di S. Antonio osano tanto, ma i miei avevano strani gusti in senso di turismo) mio padre fu colto da un’inaspettata ventata di genialità e frivolezza (quest’ultimo tratto non è mai stato della sua personalità…) e mi chiese se desideravo comprarmi un souvenir (lui rude uomo di origini contadine aborriva certi ninnoli), io quasi fui colto da infarto da tanta inattesa generosità, allora puntai il primo banchetto pieno di cianfrusaglie (“ciapa pouver” in piemontese, ovvero prendi polvere) e senza dubbi indicai un berretto bianco con visiera blu in stile marinaresco con la scritta “Venezia” e un’ancora dorata poste al centro. Tornai non solo a Padova, ma anche a Torino, col mio trofeo ben saldo sulla testa.
Fatto: non ce n’era! Quando pioveva la mia mamma non ne voleva sapere di lasciarmi andare ai giardini a giocare a pallone. Così non mi rimaneva che inventarmi qualcosa da fare nel minuscolo appartamento in cui vivevamo. Fu così che in una di queste circostanze andai a rimestare tra i miei vestiti e mi ritrovai in mano il berrettino acquistato a Venezia. Colpo di genio! Calzato il copricapo da marinaio e infilato un giubbino impermeabile, mi misi sul balcone e iniziai a fantasticare di essere il comandante di un vascello in preda alla tempesta, e ordinavo a destra e a manca di spiegare vele, virare a tribordo ed altre idiozie a caso che mi capitava di proferire. Mi divertivo. Lo feci e rifeci tutte le volte che mi andò; a volte ero il comandante Nelson e a volte ero il pirata Barbanera, dipende da come mi girava. Bah! Forse ero un po’ solo. Ma almeno ricco d’inventiva. Poi comunque arrivai all’età in cui i giochi di fantasia vengono riposti in un cassettone della memoria, buoni da rievocare quando ti vuoi fare tenerezza.
Mi è simpatico quel bambino a cui piaceva l’avventura. È un po’ tanto cambiato, ma ogni tanto si ricorda di come era bello farsi bastare la pioggia per divertirsi.

3 commenti:

Banda Bassotti ha detto...

I bambini riscono sempre a trasformare tutto con la fantasia, è la loro arma di difesa. Almeno, per me è sempre stato così

Ggioia ha detto...

Ho un ricordo bellissimo legato alla pioggia.
Mio nipote Lele, che ora ha 14 anni, quel giorno aveva 3 anni e andava all'asilo.
Io sono andata a prenderlo alle 16 e gli ho portato la sua mantellina colorata anti pioggia.
All'uscita dall'asilo ci siamo messi a correre come matti sotto l'acqua (sono una zia poco coscienziosa, lo so...) e lui rideva tantissimo...
Mi emoziono ancora a raccontarlo...

Maurone ha detto...

X Banda bassotti hai ragione, ecco perchè forse si dovrebbe tenere ben presente e vivo quel bambino che è in noi anche quando si diviene adulti.
X Ggioia: non ho nipoti, ma quanto mi diverto anch'io qundo gioco con i figli dei miei colleghi o con i cuginetti di mia moglie!!!! Mi piace con loro allontanarmi dalle parole dei grandi che spesso sono di risentimento per andare in un posto di allegria e risate....